La cura

Sul numero di gennaio di LINUS:

La cura

Più che “la” morale è “il” morale di chi vorrebbe un’Italia diversa a essere a terra
e il solo modo per restituire morale a chi è sul baratro della depressione è aiutarlo
a ricostruire, ritrovare la propria identità

di Giampaolo Spinato

Qualcuno ci spiegherà prima o poi in che cosa consiste una “questione morale”. Non è certo riferita all’etica della politica quella che periodicamente, all’invio di avvisi di garanzia o allo scattare di un arresto, uno schieramento rinfaccia all’altro. Quelle che una volta si chiamavano mele marce e che un obsoleto senso del pudore lasciava gravitare solo alla periferia delle strutture partitiche o di potere ormai siedono su scranni parlamentari. Il numero degli eletti che hanno contratto debiti con la giustizia – fra condannati, prescritti, indagati, rinviati a giudizio – è tale che scandalizzarsi, senza compiere gesti e produrre proposte concrete, ormai è come esserne complici e colludere.
vignette di Danilo Maramotti

Se chi ci rappresenta sposta senza più patemi verso il basso e secondo il proprio tornaconto l’asticella della corruttibilità, prima o poi dovremo domandarci senza ipocrisie in cosa ci assomiglia e se non sia legittimato a farlo da un sentire molto più diffuso e condiviso di quanto siamo disposti ad ammettere. Certo l’uso spudorato della politica e del potere che deriva dal ricoprire cariche istituzionali ha fatto, sembra incredibile, enormi passi in avanti dall’epoca di Tangentopoli. Dal giorno in cui Bettino Craxi, per ridimensionare una prassi largamente condivisa dai partiti della prima Repubblica, chiamò mariuolo Mario Chiesa, le cose se possibile sono andate peggiorando.

Non solo oggi i mariuoli vengono premiati con prebende e seggi ma, visto che la conta di coloro che in seno a entrambi gli schieramenti hanno qualche scheletro nell’armadio non porterebbe troppo lontano, nessun politico ha interesse a mettere in agenda per davvero una questione morale. A ben vedere, dobbiamo credere che ormai il bersaglio di certe dichiarazioni a commento di indagini e avvisi di garanzia non sia più la morale, il senso civico o l’etica dei cittadini che scelgono di mettersi in politica, ma il morale delle persone, dei gruppi di riferimento, delle coalizioni, dei movimenti e dei partiti trascinati nel fango dai mariuoli di turno.

Ogni volta che schizzi di fango sporcano il doppiopetto di qualche eletto sembra di vederli, i suoi oppositori, siano essi della parte realmente avversa o addirittura compagni di partito. Dietro dichiarazioni altisonanti – persino quando issano l’ipocrita bandiera del garantismo – se la ridono sotto i baffi, dopo essersi sincerati di non essere coinvolti da zampilli, intonando in realtà cori da teenager che dileggiano gli avversari: “Scemi voi che vi siete fatti beccare!”.

Ecco appunto come si infierisce, per propaganda elettorale, su un morale già abbattuto. Ed ecco quello che succede in particolare al Partito Democratico. Come non fosse già bastata la sconfitta elettorale, è il morale di chi vorrebbe un’Italia diversa, di chi per ruolo e opinione si oppone alla maggioranza che la governa, a essere a terra. E forse converrebbe prendere più sul serio quelli che sono i sintomi di una incipiente crisi depressiva. Perché, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, riconoscere la malattia potrebbe schiarire l’orizzonte dei rimedi, invece di perpetuarla con periodiche ricadute che rischierebbero di cronicizzarla.

Esiste un solo modo, dice la clinica, per restituire morale – leggi progettualità, nerbo, consapevolezza – a chi è sul baratro della depressione, ed è aiutarlo a ricostruire, ritrovare la propria identità . Già, perché stando a quello che si vede nel teatro della politica pare che dalla caduta del Muro di Berlino in poi l’Alternativa alla visione liberista non sappia fare altro che scavare fra le macerie delle ideologie franate con quell’evento per allestire effimeri, fragili e talvolta suicidi (vedi le due legislature guidate dal centrosinistra finite in anticipo) cambi della guardia.

Intercettare di volta in volta il dissenso contro provvedimenti amministrativi o di governo, e cavalcare le tigri delle categorie o dei ceti colpiti da leggi e decreti, non porta automaticamente alla costruzione di un consenso duraturo. Troppo aleatorio, occasionale e strettamente riconducibile agli umori (più spesso che ai reali bisogni) dei settori di popolazione coinvolti in normative penalizzanti per fondare e produrre una reale alternanza.

Lo strenuo tentativo di dare voce all’ansia di riscatto che serpeggia per il Paese rischia, se non accompagnato da un’identità riconoscibilmente diversa, di tradursi in fugace illusione e, anche se non lo si vuole, in mera strumentalizzazione, utile solo alla passeggera contabilità di sondaggi che, nell’era delle democrazie-in-perpetua-campagna-elettorale, misurano ma soprattutto plasmano il consenso, come bene sa Berlusconi.

Questo è valido, in assenza, va ribadito, di una identità che consenta di riconoscere i tratti fondamentali e non interscambiabili del progetto politico alternativo, anche per le manifestazioni di dissenso che si fondino su condivisibili “imperativi morali”. Benché possa risultare cinico, e senza per questo abbandonare le battaglie libertarie e per i diritti dei più deboli, non è su queste che nel mercato della democrazia si conquista il consenso. Perché tale è diventata la democrazia, ovvero la forma di convivenza civile che reputiamo migliore ma che dobbiamo ricominciare a concepire come perfettibile, forse proprio a partire da quello che, chi per calcolo, chi per ingenuità, ci ostiniamo a considerare un tabù.

Il contributo del “laboratorio Italia” alla storia della democrazia moderna è, anche grazie alla vicenda politica del suo presidente del Consiglio, proprio questo. Che ci piaccia o no, in un mondo dominato dalle leggi e dai rapporti economici, la Democrazia è il primo Mercato. E in questo mercato, dove le antiche distinzioni fra valore d’uso e valore di scambio vanno annebbiandosi, il consenso costituisce la prima merce necessaria a istituire un potere o quanto meno la sua amministrazione.

Le vecchie, obsolete tradizioni, scuole e radici libertarie che si rifacevano ai principi illuministi di eguaglianza, fraternità e libertà, e tutte le varianti o declinazioni ideologiche e sociali di quei valori sono chiamate a un salto di maturità . Dall’innocenza di un credo infantile alla piena maturazione di un’età adulta in cui riescano a convivere strategia, calcolo, fantasia e persino opportunismo di segno costruttivo, cioè tutto quell’apparato di scienza tattica e manageriale messo al servizio dei valori in cui si crede. Occorre cioè comprendere, per cominciare, che la politica è un linguaggio.

Che le sue regole e la sua grammatica mutano nel tempo. Che i suoi attori devono saper riconoscere e fare i conti con questi cambiamenti. E se la politica non ha trovato di meglio negli ultimi decenni che adeguarsi all’evoluzione che sconvolgeva il linguaggio del marketing ci sarà pure una ragione. Dimentichiamo i marchi, i loghi, la retorica dell’”immagine”. Guardiamo Obama. Nel mondo globalizzato, dove si è riusciti a riprodurrre disuguaglianze paragonabili solo a quelle della protorivoluzione industriale, i contenuti e le idee (quali che siano, di tradizione o innovative, di destra o sinistra) erano, sono e saranno dibattuti da élite, con un linguaggio d’élite, in consessi tipici da élite, dal giornale agli organi di partito.

Mentre il consenso è costruito con un obiettivo preciso: colpire l’immaginario, il bisogno intimo di sognare, emozionarsi, vivere, credere (o convincersi) di essere partecipi di qualcosa che cambierà segno alle nostre vite. Occorre cioè saper narrare. E occorre saperlo fare meglio di chi lo ha fatto dalla sua “discesa in campo”. Non temere di fare proprie strategie e strumenti fatalmente ormai globali, sviluppando una conoscenza dei mezzi capace di modificarne il segno e il significato.

Riuscendo cioè a far passare contenuti realmente altri, in un contesto che mirerebbe a renderli indistinguibili. Il primo passo, in questa eventuale crescita di consapevolezza nell’uso della persuasione narrativa in politica, dovrebbe essere quello di smetterla una volta per tutte di cercare identità fra sé e progetto politico. Per sua natura la politica, anche quella più nobile, è chiamata a compromessi che l’idealismo e, spesso, il massimalismo delle tradizioni ideologiche non concepivano, finendo per attribuire abilità e tratti demoniaci ad avversari che, in realtà, fondano il proprio potere sul nostro quotidiano, demoralizzato riconoscimento.

LINUS GENNAIO 2009

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