Eppure

Sul numero di luglio di LINUS:

Eppure

di Giampaolo Spinato

Eppure. Prendiamo le ultime elezioni e la cronaca politica delle ultime settimane. Veline. Velame. Veli pietosi. Traffici di droga, di alcova, prostituzione, viagra a go go. Tarallucci e coiti, meglio se in team. Non ci basta questo scenario per comprendere quanto il materialismo secolare, apparentemente bardato di razionalità e buonsenso pratico, abbia un estremo bisogno di assediare, coinvolgere, penetrare le menti, e dunque le aree più emotive, immaginifiche e impalpabili che ci accompagnano, per affermare, ad esempio, una visione del mondo, attraverso una scelta politica?
Eppure. Dietro le forme accoglienti e rassicuranti con cui si presenta, ogni alternativa fideista non pare essere esente dall’assecondare – o tollerare – certi comportamenti. Ce lo ha spiegato, in campagna elettorale, l’omertà della posizione cattolica che, soprattutto là dove si è incaricata di una presenza politica, ha scelto di trincerarsi dietro i no comment, facendo passare per gossip temi di rilevanza morale incommensurabile, in realtà mettendo in atto precisi patti e saldature politiche sotterraneamente sottoscritte fra movimenti e Pdl, proprio come accade, a un altro livello e, soprattutto, sotto gli occhi di tutti, fra la Lega e il partito di maggioranza relativa, con tutti i benefici elettorali che ne derivano.
Eppure. Ci ostiniamo a pensare, nell’area di pertinenza politico-amministrativa, che il ring in cui si svolge lo scontro – perché di questo si tratta, essendo l’esperienza del confronto inaccessibile a una società volta alla semplificazione – sia delimitato dalle ragionevoli recinzioni, dai paletti, dal rassicurante contenimento di strumenti razionali. Dalla caduta del Muro di Berlino in poi, si dice, non è più possibile aderire a una fede politica, a un partito, con gli stessi processi di identificazione che, in precedenza, saldavano appunto fideisticamente lo status degli individui ai loro rappresentanti politici.
Eppure. L’irrazionalità, l’estremo, famelico bisogno di immaginare, sognare, sperare qualcosa di nuovo e di meglio per sé e per chi si ama, continua a nutrire, a stimolare, a impegnare allo stremo qualsiasi processo di persuasione. Non c’è merce, dunque, nemmeno politica, che non debba fare i conti con la complessità, festosa o oscura, delle pulsioni più irrazionali, per piegarle ai propri intendimenti. Comunque la si rigiri – e in qualche caso la si rimuova – la storia non cambia. Vogliamo sentirci raccontare storie e siamo impegnati a credervi. Ecco perché le campagne (commerciali o politiche) non si fondano, non possono davvero fondarsi, sul pragmatismo numerico dei sondaggi – diventati a loro volta importanti capitoli delle storie che si voglione far credere, come insegna il sapiente uso della sondaggistica da parte del Presidente del Consiglio – ma devono lavorare di fino per anatomizzare aree molto più profonde, si direbbe animiche, parti dell’essere in cui gravitano – e, lì, sì, si confrontano, dando luogo a metamorfosi imprevedibili – fantasie spesso indicibili, che chiedono traduzioni, rappresentationi charmant o, almeno, sopportabili alla vista anche per le anime belle.
Eppure. Neppure il più ingenuo fra coloro che hanno sentito parlare in queste settimane di meretricio e abusi sessuali – perché di questo si tratta quando si accostano minorenni e potenti e si fa passare sotto silenzio un certo uso del corpo femminile – non ha visto in faccia l’aberrazione, la vertiginosa caduta di dignità raccontate da quelle immagini, da quelle storie. Siano esse rumors o fondate ricostruzioni di comportamenti divenuti ormai consuetudine, qui poco importa. Sappiamo già cosa spetta a chiunque abbia fondato il proprio successo su un patto col diavolo e non vale la pena farsi tante domande sul suo destino segnato. Il problema è il modo, la qualità delle reazioni che hanno accolto e stanno accogliendo queste storie di festini, prostituzione, sopraffazione sessuale che qualcuno vorrebbe fare passare come le innocenti e pruriginose avventure provinciali del Lando.
Eppure. “Sono cose personali”. “E’ inaccettabile questa invasione della vita privata”. “Fatti suoi/loro”. Si dice. E non c’è chi non capisca come questo atteggiamento sia motivato da uno strenuo, spasmodico non voler vedere in faccia la realtà. Da una parte. Dall’altra, grattando la crosta fintamente puritana di chi propone di omettere, rimuovere dai nostri orizzonti visuali gli scenari repressi di un’istintualità demonizzata, si nota, sotto la maschera dell’intransigenza e del rigore, un suppurare di moti inconfessabili. Proprio perché giunti al massimo grado di diffusione mediatica, essendo, a ragione o a torto, attribuiti a figure e funzioni di altissima responsabilità pubblica, questi comportamenti indicibili riguardano, devono riguardare molto da vicino tutta la comunità che li esala proiettandoli – con fondati o strumentali motivi, poco importa, lo ripetiamo – in colui, coloro che la rappresentano nei ruoli istituzionalmente più elevati.
Eppure. Dietro la maschera di chi minimizza – e spesso, molto verosimilmente, anche dietro quella di chi moralisticamente si accanisce nell’accusa – il trattamento che abbiamo riservato a questi oggetti etici (dalla esibizione di potere alla profanazione di innocenza, passando per vizi e stravizi da basso impero) racconta l’intima, greve inettitudine di una società che non può non rispecchiarsi in chi la rappresenta e che, alla fine, con molti, sofisticati travestimenti, ha accettato quei modi, quelle consuetudini, anzi, segretamente, vi aspira, non sapendo più enucleare un’articolazione, una ricchezza di senso, di generatività, di vita che non si identifichi con l’imperativo di principi economici ormai giunti a un tale livello di compulsività da farci talvolta perdere addirittura ogni stima in noi stessi.

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LINUS LUGLIO 2009

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