Basta la fiducia

Sul numero di giugno di LINUS:

Basta la fiducia

di Giampaolo Spinato

Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ce la sta mettendo tutta per offrire ai suoi avversari politici la chanche di un riscatto. Lasciamo perdere le veline. Mettiamo da parte il divorzio. E accantoniamo per un momento anche strategie ed equilibri politici della maggioranza insieme con i provvedimenti di governo. Prendiamo invece lo slogan che da mesi Berlusconi ripete fino allo sfinimento. «Ci vuole fiducia, la crisi è soprattutto psicologica». Abbiamo naturalmente tutti sentito Franceschini replicare con la facile battuta che diceva «alla fine della giornata, non si mangia fiducia». Ma si è accorto il segretario del Partito Democratico, e con lui tutta l’opposizione, della plateale, superba sintesi del pensiero politico berlusconiano scolpita a chiare lettere in questa semplice frase? Da mesi, Silvio Berlusconi non perde occasione per rimproverare ai giornali e all’intero sistema dei media italiani di enfatizzare la gravità della crisi economica, contribuendo con ciò, secondo lui, al suo inasprimento. Ingannato, come spesso accade a coloro che lo prendono alla lettera, dall’evidente conflitto semantico, oltre che di interessi, il fanatismo antiberlusconiano si attarda a mostrarci la contraddizione di quel pensiero. Il potente editore televisivo accusa il sistema, e dunque se stesso, di continuare a rappresentare la gravità di una crisi, frustrando i tentativi di uscirne, fossero anche solo psicologici, appunto. Eppure dovrebbe apparire chiaro come, nella semplicità, nel palpabile, immaginifico antipragmatismo di quell’accusa e del conseguente, ossessivo invito di Silvio Berlusconi, pulsi la sua limpida e nient’affatto machiavellica visione del mondo. L’idea, cioè, della vita come un fluire permanente di coscienza e visionarietà, realismo e illusione. Soprattutto, quell’invocazione quasi spasmodica, non rappresenta di per sè, come molti si ostinano a dire, una truffa o una bugia. Rappresenta invece la consapevolezza del nodo sottile che lega le nostre scelte e le nostre vite ai percorsi, più o meno accidentati, apparecchiati dalle narrazioni a cui siamo propensi a credere e che noi stessi siamo disposti a imbastire. La semplicità sconcertante di questo pensiero non si innerva, come pretenderebbe qualcuno, su un pensiero politico involuto o troppo gracile e persino immaturo o antidemocratico. Queste ultime possono caso mai essere lette come le eventuali, inevitabili derive conseguenti a quella visione, ma non ne sono l’origine. Vale a dire: Berlusconi non è bugiardo quando invita all’ottimismo ma quando, per esempio, captando, orientando e manipolando le mire recondite di coloro che aspirerebbero a possedere almeno un millesimo del suo capitale (e cioè tutti) racconta una realtà inaccessibile ai più ma contagiosa e concretamente ammaliante. In quel sogno, inseparabile dalla sua stessa persona, si innesta la narrazione che è compito delle opposizioni sbugiadare e riscrivere. Rimanendo consapevoli, tuttavia, che dalla cosiddetta caduta delle ideologie, nella lettura e nell’interpretazione dei bisogni di una società, la politica non può non fare i conti con la bugia. Dietro i patti, i disegni e le ambizioni apparentemente più cristalline di un’azione politica, si insediano, volenti o nolenti, precise dinamiche narrative che, dovendo gestire la “cosa pubblica” in un quadro di compromesso, per forza di cose dispiegano quote più o meno grandi di illusioni e finzione. La bugia è, a livello più individuale, il terreno in cui un’identità va cercandosi, disposta a essere sincera o a mentirsi in proporzioni diverse, secondo gli stati d’animo, l’età, il carattere, la propensione a combattere, etc. La caduta del muro di Berlino e il conseguente crollo delle ideologie, oltre a ridisegnare strutturalmente gli equilibri geopolitici internazionali, ci ha portato in dote questo smascheramento e la sua spietata, assordante verità . Da allora in poi nessuno può più dirsi così innocente o ingenuo da potersi identificare con la sua rappresentanza politica, sia essa un partito o, all’interno di questo, una figura di riferimento (sull’invadenza, in quest’ultimo caso, delle regole e dei dettami dello show business, che tanto ricorda una versione più agile e di consumo dell’antico culto della personalità, si potrebbe tornare). Né, tanto meno è possibile concepire un modo di amministrare o di governare che non comporti una notevole proporzione di finzione e bugia, con buona pace di chi sostiene romanticamente il contrario, magari imbastendo, lui, sì, con ipocrisia, la propria menzogna su una visione idealistica della politica. Tutto questo è dovuto alle inevitabili proporzioni compromissorie che, persino suo malgrado, l’esercizio del potere comporta. E la degenerazione della classe politica, che contribuisce ad esasperare tale natura del “governare”, non sta nella platealità delle sue azioni clientelari, che ne sono la conseguenza, ma nella spasmodica invenzione di bugie per coprire o giustificare il proprio operato. Quale esecrabile errore commetterebbe dunque invocando fiducia, il dotato, collaudato e scaltro interprete delle illusioni e delle bugie a cui siamo disposti a credere? Vogliono ammettere, i siuoi avversari, che senza questa attitudine, non solo la storia imprenditoriale e politica del Premier ma la loro stessa problematica evoluzione partitica avrebbe avuto un’altra trama, assodato che la mancata normativa sul conflitto di interessi, di cui pagano ora lo scotto, e non da soli, suona ancor oggi come un’adesione alla narrazione del loro avversario politico. Aspettano, forse, davvero che, dio ce ne scampi, sia la magistratura a porre fine alla sua avventura politica? Non hanno alternative ad un sogno destinato allo sgretolamento? Ma, soprattutto, si rendono conto di giocare ormai solo di rimessa quando affermano che la gente non mangia fiducia la sera? Anche chi ha poca dimestichezza coi numeri sa, alla luce delle elezioni degli ultimi anni, che proprio quei “lavoratori senza lavoro”, stanchi, stressati, piagati fin nelle proprie carni dall’assedio della povertà, potrebbero essere, anzi, le avanguardie dell’immenso bisogno di sognare in cui da decenni vive il nostro Paese. Abbiamo fiducia, dunque. Non c’è a chi non conviene. E non smettiamo di smascherare però anche le vere bugie.

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LINUS GIUGNO 2009

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