L’Edipo rovesciato

Sul numero di ottobre di LINUS:

L’Edipo rovesciato

L’Italia è un Paese per vecchi, dove i Padri, siano essi naturali o metaforici, hanno messo a punto una raffinata gamma di strategie per “fare fuori” i propri eredi

di Giampaolo Spinato

Ci ha messo una manciata di millenni, anno più anno meno, ma alla fine, con un po’ di applicazione, il padre di Edipo pare aver trovato il bandolo della matassa. Tutto comincia col famoso oracolo di Delfi che non gli lascia scampo. Laio, re di Tebe, figlio di Labdaco e sposo di Giocasta, vuole diventare padre. Ma il giorno in cui interroga l’oracolo, lamentandosi per la sterilità del proprio matrimonio, lo sventurato viene a sapere che la presunta sua disgrazia è, viceversa, un previdente dono degli dei. Nella loro infinita magnanimità e lungimiranza, negandogli fino a quel momento la gioia di una prole, gli hanno risparmiato un destino cinico e baro.

Qualora avesse avuto un figlio, infatti, questi lo avrebbe ucciso. E, per non fargli mancar niente, o forse perché senza infrangere un tabù come l’incesto non sussisterebbe il mito, la profezia aggiungeva che l’agognato giovane virgulto avrebbe copulato con la madre Giocasta, cioè la moglie di Laio. Messo sull’avviso, come biasimarlo, Laio ripudia la consorte. Non ci sarà nessuna gravidanza, neanche isterica, pensa. Ma la donna non ci sta e, dopo averlo ubriacato, si giace col legittimo marito in un amplesso durante il quale, manco a dirlo, concepisce Edipo, cioè quel figlio che realizzerà fino all’autoaccecamento tutti gli orrori della profezia.
E fin qui la storia è risaputa. Ora però che, statistiche alla mano, abbiamo definitivamente appreso di vivere in un Paese di vecchi, una gerontocrazia (1) dove alla bassa natalità e all’aumento della popolazione anziana si aggiunge la longevità di una classe dirigente inamovibile, a quanto pare, il mito va riscritto. A farlo, in questi ultimi decenni, ci sta pensando appunto Laio, il Padre per antonomasia. Per secoli era rimasto succube di quel destino trito e ritrito. Fare di tutto, per invidia (2), per nascondere, oscurare il figlio agli occhi della sposa, reclamandone l’affetto e altri appetiti. Ma soprattutto – questa la vera pena di ogni padre – per non perdere il potere, sostituito, anzi, “assassinato” dall’erede, che sul piano simbolico è lo stesso.

Ora però il vecchio re pare aver mangiato la foglia e, per assicurarsi vita natural durante ai vertici del Regno (presidenze di Stato, di governo, di partito, assemblee, corti, consigli di amministrazione, sindacati, banche, direzioni artistiche, autority, etc.), non s’accontenta più di rapire il figlio e abbandonarlo sopra un monte, come nell’originale. Si accerta, invece, di “sopprimerlo”, sopravvivendogli, grazie ai benefici della scienza e della medicina, e perpetuando sine die il prestigio e il potere conferitogli dal proprio rango. Se è vero che non sempre lo soffoca direttamente nella culla – e qui la cronaca rimanderebbe piuttosto a Medea, portandoci fuori tema – è altrettando vero che nel tempo questo Padre, sia esso naturale, metaforico o anche putativo, ha messo a punto una raffinata gamma di strategie per “fare fuori” i propri eredi.

Di queste, resistergli fino a tarda età e procrastinare il passaggio di testimone, frustrandone le ambizioni, è solo la più comprensibile e fisiologica delle tattiche, e rivela la crescente disperazione del Padre, sempre più impreparato e recalcitrante all’avvicinarsi della propria fine. La più perversa invece vede i Padri pasturare questi “pupilli”, presentandoli talvolta come piccoli geni della finanza, della medicina o, chissà, della letteratura. Portandoseli appresso, nel “taschino” dei propri articoli, nelle interviste, nei consigli di amministrazione, nelle convention, li spingono in proscenio in qualità di promettenti “figli” cresciuti alla loro scuola.

Così, come vampiri navigati, molti Padri decrepiti ma potenti trovano l’elisir di lunga vita nello scouting. Fingendosi sponsor del cosiddetto nuovo – che, giovane e imberbe, dovendosi affermare, si fa spesso complice e asseconda il meccanismo – il Vecchio finisce per succhiare al Figlio la linfa che gli permette di elasticizzare tessuti ormai cadenti e di continuare ad autolegittimarsi. Questo in politica, in economia, nei giornali, nelle arti. Peccato che, rovesciando il mito, quando il Figlio meno se lo aspetta, quel Padre amico e protettore, anticipandolo, gli ficca il coltello nella schiena, “assassinandolo”. E’ successo, succede ai giovani manager, prima esaltati poi cancellati nel risiko degli istituti creditizi che loro stessi hanno contribuito a fondere o affondare da protagonisti.

Ma potrebbe essere istruttivo spaziare in altri campi e compilare una casistica degli Edipi rovesciati, cioè anzitempo “fatti fuori” senza aver potuto adempiere al proprio compito: “sopprimere” il padre, cioè il contrario, subentrargli e, ricordiamocelo, giacersi con la madre. Fuor di metafora, se il Paese in cui viviamo è governato da una coriacea classe dirigente che supera i settanta, a volte anche gli ottant’anni, come molte fonti sembrano attestare, diverse crepe nel meccanismo del ricambio generazionale devono pur essersi prodotte.

La levità con cui accenniamo alla questione non ne diminuisce la portata per certi versi catastrofica. è bizzarria pensare di risolverla con i buffetti moralisti di Claudio Magris che sul Corriere della Sera (3) elogia il buonsenso di coloro che capiscono quando è arrivata l’ora di farsi da parte. Ma se invitare i vecchi a rivalutare pregi e appeal della pensione suona superficiale, anche gli appelli di coloro che di tanto in tanto, stracciandosi le vesti, auspicano rivoluzioni vitalistiche non colgono la portata del problema. Quale che sia la quota di umanità o di stronzaggine e cinismo raggiunta da questi venerandi Padri, all’origine dei loro comportamenti c’è la loro personale battaglia col senso della vita e il dilemma, mai risolto, della propria (imminente) morte.

Per chi occupa posizioni di potere reali, la solitudine di fronte a quel passaggio è ancora più assordante, moltiplica paure e angosce ed evoca il mitico stridore fra condizione mortale e sete di immortalità . Ma, come si sa, le cose si fanno almeno in due. Benché non sembri spiegare esaurientemente il fenomeno, è probabile che la “tenuta” dei Vecchi sia dovuta, come sostiene qualcuno, alla fragilità dei Figli. La differenza di esperienze fra generazioni potrebbe aver segnato gap formativi fra Vecchi cresciuti alla dura scuola della guerra e della ricostruzione e Giovani (i cinquanta-quarantenni di oggi) meno portati, secondo questa tesi, all’assunzione di responsabilità solo perché non temprati da lotte assimilabili a quelle dei Padri.

In realtà, di mezzo ci sono due o tre cosette (dall’avvento della televisione alla scolarizzazione di massa, dalla Caduta del Muro alle epocali trasformazioni avvenute nel mondo dell’economia e del lavoro) che ci costringono a non sottovalutare i terremoti a cui è stata sottoposta la naturale trasmissione del sistema di valori fra generazioni e l’apparente vuoto, l’horror vacui planetario creato dalla caduta delle ideologie. è forse anche questo intimo disorientamento che occorre saper analizzare per provare a cogliere i significati di un fenomeno che sembra fare carta straccia dei patti pregressi fra generazioni, mettendo in discussione scelte che sembravano lungimiranti (si pensi alla fragilità del nostro sistema pensionistico, alla realtà contraddittoria di Padri e Madri pronti, in assenza di reddito, a caricarsi sulle spalle il futuro e la progettualità dei Figli).

Andrà affrontato, e possibilmente anche compreso, che ruolo abbiano in questa polarizzazione fra Padri e Figli proprio le Genitrici. Ma, intanto, c’è da chiedersi: perché mai questi Padri in apparenza immarcescibili, in realtà terrorizzati, non dovrebbero concedersi, come un colpo di coda, la voluttà o il lusso di “uccidere” i propri Figli se questi stessi, a loro volta paralizzati dal compito che li aspetta, non trovano il coraggio di assumersi il proprio destino e subentrargli? Certo, fermare per strada il carro del Padre e fare fino in fondo il proprio dovere, rispondendo al suo livore come nel mito originale, non è una passeggiata.

Ma se il copione ha funzionato “a meraviglia” per qualche èra da qualche dubbio dovremo pur farci sfiorare prima di buttarla in burla. Infine, vedendola con gli occhi dei tanto vituperati Figli: che peso hanno nel loro apparente annichilimento, nella rinuncia a “prendersi il potere”, il futuro e la progettualità negati da un sistema economico che non ti riconosce come persona e a trent’anni ti proietta già fra i vecchi arnesi da rottamare? A quanto pare, il Mercato e le sue ferree leggi non gradiscono che un Figlio diventi Padre. Forse perché preferiscono mantenere sia l’uno che l’altro poco responsabili, dunque più consumatori. Proprio come appaiono oggi.

(1) Cfr. Nunzia Penelope, Vecchi e Potenti, Baldini Castoldi Dalai editore.
(2) Indimenticabile, al riguardo, per potenza evocativa e lucidità, l’Edipo re di Pier Paolo Pasolini.
(3) L’arte (ignorata) di uscire di scena, 15 agosto 2008.

Articolo illustrato da Danilo Maramotti

LINUS OTTOBRE 2008

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