Il mercato degli studenti

Sul numero di dicembre di LINUS:

Il mercato degli studenti

Il mondo universitario non è un’entità indifferenziata. Ristabilire le distanze fra chi l’università la gestisce e la fa, i docenti, e chi ne fruisce, gli studenti, consentirà alla parte più autentica dell’energia protestataria di emanciparsi e trafromare la paura, l’ingenuità, nella voce originale e spiazzante di una nuova generazione

di Giampaolo Spinato

La prima Onda ha vinto. Le proteste degli studenti sono riuscite a bloccare i tagli indifferenziati pianificati dall’asse Tremonti-Gelmini sulla spesa pubblica per l’intero comparto scolastico. Un improbabile soprassalto di lungimiranza dovrebbe convincere il fronte istituzionale dello scontro sulla legge 133 che il governo ha persino un debito di riconoscenza verso l’exploit protestatario. Pronunciando forte e chiaro il proprio no a un intervento di mera natura economica, i figli scesi in piazza hanno inchiodato i padri alle loro responsabilità . Grazie a loro, la lotta agli sprechi dovrà ora essere integrata con una più seria discussione sui contenuti, ivi compreso il ruolo cruciale dell’università nella ricerca.
Agli strateghi del consenso converrà studiare la trama di una storia, cominciata col decisionismo giovanile e materno di un ministro che distribuiva grembiulini e implosa nel nonsense di un’azione legislativa per direttissima che è riuscita a compattare all’unanimità gli attori di un mondo che non vuole e non può essere governato per decreto. Il più astuto dei persuasori non avrebbe osato sperare tanto.
Detto questo, colpisce vedere e ascoltare nei volti, nei testi, nelle parole dei ventenni che abbiamo visto mobilitarsi in queste settimane quel grumo ingenuo e disperato di voglia di riconoscimento che, se non si decideranno a smarcarsi da padri e «padrini», dai loro docenti, dalle lusinghe disciplinatorie dei media, farà di loro le vittime predestinate degli opposti dogmatismi che, da destra e sinistra, hanno subito cercato di contendersene la sponsorizzazione.
In un Paese di vecchi in cui, complice l’inettitudine dei figli, padri sempre più longevi e potenti impediscono il ricambio della classe dirigente, appare in particolare allarmante la saldatura fra il corpo docente universitario e gli studenti della prima Onda. Ci è voluta la goffa incursione di un paio di aderenti ad Azione Universitaria all’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Milano per evidenziare questa mostruosa contraddizione. Primo, timido e raro segnale di differenziazione dalle istanze dei cattedrattici, lo striscione srotolato dai due ragazzi (“Voi professori preokkupati, noi studenti disoccupati”) scompaginava le carte, marcando una separazione e raccontando una realtà meno edulcorata di quella che nell’immaginario collettivo ha contrapposto il mondo universitario come un’entità indifferenziata e il governo.
Ma per mettere davvero in crisi lo snobismo di chi sottovaluta il movimento – e smascherare la piaggeria strumentale di chi vorrebbe piegarlo a logiche elettorali – un solo gesto simbolico non è sufficiente. Occorre che si ristabiliscano le distanze fra chi l’università la gestisce e la fa, dai vertici dirigen-ziali fino alla base della piramide organizzativa, e chi ne fruisce, gli studenti, gli iscritti. Ristabilire questa differenza, oltre a restituire gli attori (docenti e studenti) ai propri ruoli naturali, consentirebbe alla parte più autentica, sana e incorrotta dell’energia protestataria liberata nelle scorse settimane di emanciparsi e trasformare la paura, l’ingenuità, il balbettio confuso del primo, necessario «preferirei di no», nella voce originale e veramente spiazzante di una nuova generazione.
All’ombra del tòcco, in toga e cravatta, nell’olimpico, virtuale tepore delle mail e del web, molti docenti universitari e rettori, infatti, da settimane preparavano l’inaugurazione dell’anno accademico con discorsi che sembravano dettare la piattaforma politica del movimento: no ai tagli, futuro in forse, fine dell’università . Qualcuno fra questi accademici di chiara fama, cavalcando la cresta dell’Onda, non si è fatto scrupolo di coniugare fino allo spasimo il verbo combattere in mozioni, lettere indirizzate agli studenti. Nei corridoi delle università milanesi, in Statale, Bicocca, Bovisa, volantini e cartelloni dalla grafica compìta e simile alla carta intestata degli atenei (altro che fantasia al potere), ripetevano ossessivamente questi concetti. Ma in piazza, a esporsi, a parlare di “futuro negato”, non si sono visti i padri collusi col clientelismo che ora denunciano, magari dopo averne fruito, ma i figli. Inconsapevoli ostaggi, scudi umani che forse qualcuno pensava di usare surrettiziamente per non mettere in discussione un sistema in cui l’eccellenza convive con lo spreco, lo scempio pluridecennale della meritocrazia, la labilità del senso educativo che dovrebbe fondare quella che chiamano “offerta formativa” e che con la scusa di avvicinare la scuola al mondo produttivo è stato rimpiazzato da un efficientismo economicista grazie al quale un’alta percentuale di laureati non sa più leggere e scrivere. Eppure proprio qui, nell’incertezza angosciante prospettata da questo sistema, c’è il futuro negato di questi figli. Nella mistificazione con cui gli atenei si contendono il «mercato degli studenti», nella povertà di un linguaggio che assimila la conoscenza alla contabilità di debiti e crediti, nella rassegnazione diffusa con cui i docenti paragonano ormai il percorso universitario a un tubo in cui fare scorrere senza troppi incidenti la linfa (le tasse, le rette) degli studenti. Su queste contraddizioni abissali si eserciteranno, se sapranno non riprodurre in scala ridotta le isterie e gli schemi dei poli parlamentari, i loro sogni e la loro energia conflittuale. Non nel garantire l’ovattata sopravvivenza di padri che si nutrono del loro spavento per perpetuare il proprio potere e che, finita l’emergenza, li abbandoneranno. Anzi, rovesciando l’Edipo, continueranno ad accoglierli in accappatoio nell’orario di ricevimento (in dipartimento o nella sede di partito), abusando di loro nel silenzio assoluto.

(1) Cfr. “L’Edipo rovesciato“, Linus n. 10, ottobre 2008.

LINUS DICEMBRE 2008

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