NOMEN OMEN

Sul numero di ottobre di LINUS:

Nomen Omen

di Giampaolo Spinato

Basterebbe qualche buona lettura, accompagnata magari da una tazza di tè al caramello, ma se quei “farabutti” di Repubblica smanettassero di più su Wiki, le 10 domande ossessivamente rivolte al Cavaliere da mesi si scoprirebbero retoriche. Silvio, da Silvius, è infatti nome latino dalla cui radice, silva (selva, bosco), trae un significato inequivoco. E’ attitudine del Silvio essere silvestre, silvano. Dunque, con buona pace di chi pensava abitasse solo ville adornate di chissà quali etrusche vestigia, Silvio non può che vivere o provenire dai boschi. Sorpresa. La lingua è una fonte inesauribile di reconditi significati e collegamenti. E’ comprensibile che, in tempi di escort che incidono sul Pil – a proposito, non si può più neanche decidere da chi farsi scortare, come dice l’originale inglese, sulla base di un book fotografico con tariffario? – possa sfuggire l’importanza del latino. Eppure, perfino il “popolo” che, secondo la Lega, ormai anela soltanto al pane, al dialetto e ai locali per scambisti – piuttosto diffusi, pare, in diverse, ricche e, a volte, silvane, località del mitico Nord Est – potrebbe dimostrarsi sensibile ai tesori del latino, se vi avesse ancora accesso. Ma, impegnati come siamo a randellarci, offrendo al mondo un esemplare paradigma della perfettibilità del modello democratico, non ci avvediamo – o fingiamo di non vedere? – alcune cose che ci stanno sotto le frogie. Nomen omen. Il nome è un presagio, un programma, un preview, si direbbe al tempo del web, un thumbnail da cliccare per saperne di più. Infatti: a quale, fra le innumerevoli creature dei boschi, vi fa pensare, diciamo così, un Silvio fra gli altri che si celebri come personificazione della forza vitale della natura? Aiutino: fedele compagno di merende di Pan e Dioniso, lascivo, avvinazzato, adora il karaoke e, udite udite, danzare con le ninfe… Come Priapo, dotato di quegli imbarazzanti genitali che sconvolgono persino i sonni delle signore più blasè, e come l’astuto predone ispiratore di sogni (parola di Omero), Hermes, è associato alla fertilità … Maestro anche nel lancio di giavellotti, reali o simbolici, vedi azioni civili o querele, è spesso rappresentato con attributi animali. Insomma, Silvio non poteva che essere una figura mitica – va da sé – cioè un Satiro. Ma, a proposito di nomi, generosa di segni, l’estate della pruderie, dei colpi bassi, delle teste mozzate e dei brandelli di carne viva esposti al nemico per intimorirlo dentro e fuori i palazzi – laici o santi che siano – ci ha regalato un’altra portentosa sequenza di fatti e significati riconducibili a un nome evocativo: Michele, «Chi è come Dio», dall’ebraico, uno dei tre Arcangeli, il difensore della fede contro le orde di Satana – glamour come sempre il Demonio in veste di Drago, soprattutto quando caccia la lingua – se n’è andato un paio di volte nel giro di poche settimane. Nella versione più planetaria, quella di Michael Jackson, il “conduttore di angeli”, andandosene, ha lasciato montagne di debiti, ripianati in un pomeriggio con la postuma scalata delle classifiche musicali e incistandosi indelebilmente nell’immaginario collettivo come incorporea – e perciò da qualche parte sopravvivente – sembianza del Bimbo eterno che se ne intendeva di bimbi e delle loro ali, anche se, in sua assenza, non sarà così facile conoscere la verità . Se le accuse di abuso di minore rivolte al cantante alcuni anni or sono avessero avuto qualche fondamento, strane coincidenze apparenterebbero le vittime acerbe dei fauni demoniaci con zampe di capra a quelle “spiumate” dagli stessi angeli, sia pure appartenenti all’immaginario collettivo. Ma mentre nel caso di Jacko, dietro il cinismo di un Mercato spalmato del miele del mito, il Bene e il Male s’intrecciano, inscindibili, ingigantendo una fascinazione che sfama il bisogno di massa di sogni, col Mike più casereccio – pace all’anima sua – il sogno-bisogno è stato invece del tutto elitario. La scimmia da estiva astinenza ha smascherato i disperati disadattati che vivono, per fortuna, solo dentro la televisione. Dalla veglia al suo funerale, la caduta dell’Arcangelo Michele nostrano, è stata per loro una riunione di condominio per distribuirsi percentuali di audience, coglioneggiando di “semplicità “, “vicinanza alla gente” e altri luoghi comuni. E, in effetti, nel Paese dove ci si laurea, si superano esami e concorsi, si viene assunti e, tra poco, si potrà ordinare un caffè al bar solo dopo aver risposto (giusto o sbagliato dipende dal grado di corruzione degli esaminatori, o dei baristi…) a tutti i quiz, non ci dimenticheremo molto presto dell’umile, pionieristico simbolo dell’analfabetismo di ritorno che, sia i detrattori di Silvio che le sue ringhiose ancelle, si ostinano a chiamare alfabetizzazione di massa, ben sapendo che si trattava soltanto di un aggiornamento delle forme dell’ignoranza disciplinatoria precedenti alla scolarizzazione in scala mondiale. Tant’è, è bastato che recentemente Michele lamentasse di non essere più telefonato da Silvio perché qualcuno fosse tentato di scolpirne l’icona, magari pure antagonistica. Ma è la Morte, qui, il tabù più insopportabile che aiuta a capire certi comportamenti. Quelli priapici, ma anche quelli che hanno accompagnato il celebre conduttore televisivo nel suo ultimo viaggio, inaugurando l’era di un nuovo esorcismo contro la morte: lo post-spot-sequel, concepito quasi come un omaggio e un ringraziamento in cui, con l’apporto di tutti i protagonisti, le esigenze del marketing si sposano indifferentemente con la simpatia e con il macabro, prevaricando l’unica nota commovente in questa fuga dal silenzio: il corpo reale e compianto di Mike Bongiorno… – La Morte, si diceva. Tra fauni, draghi e arcangeli, lo spauracchio che pare mettere in fibrillazione un’intera videocrazione (video + nazione + demo + crasi + cratico +…) sembra proprio essere lei. I ben informati sembrano averlo capito: il Principe è sul viale del tramonto, è esplosa la guerra intestina per la sua successione, i luogotenenti fibrillano, persino i porporati si sono messi l’elmetto. Gli avversari provano a farlo cadere dal piedistallo a colpi di maglio – come sparare alla Croce Rossa – allo scopo di anticiparne la fine ormai non lontana. Nella nostra storia recente c’è già stato un celebre “muoia Sansone con tutti i Filistei”. Questo è il rischio, la vera follia a cui ci dobbiamo preparare se qualcuno non alzerà la mano per dirci se esiste ancora nel bosco non un satiro, un fauno o un angelo caduto per aver preteso di volare “sempre più in alto”, ma un uomo con pregi e difetti e magari un’idea di cosa sia, in che cosa consista una alternativa. O davvero ci appaga sapere che il potere, di qualsiasi colore esso sia, ha gettato la maschera e non ha più nemmeno il pudore di mentire? “Allegria”!

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LINUS OTTOBRE 2009

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