LA GAIA ASSENZA

Sul numero di febbraio di LINUS:

La gaia assenza

di Giampaolo Spinato

Ciò che più colpisce oggi in questo Paese è l’assenza di un progetto. Non esiste settore o agenda della vita economica e sociale che non presenti questa debolezza. Dietro le battaglie e la vasta gamma di sforzi produttivi che, ad esempio, per fronteggiare una crisi di proporzioni mondiali sta mettendo in scena le contraddizioni più feroci del sistema, non si intravedono progettualità lungimiranti e di lungo periodo. Le parole d’ordine sono: incentivi, conservazione (degli asset aziendali molto più spesso che dei posti di lavoro), cassa integrazione (forma di tutela destinata ormai paradossalmente a mettere al riparo solo la parte più “fortunata” dei lavoratori, i cosiddetti “dipendenti”), mantenimento o anche di¬fesa delle posizioni di mercato. Nonostante i retorici, vitalistici e, spesso, offensivamente comici richiami all’ottimismo, nessuna di queste parole contempla il sogno, l’immaginazione, l’invenzione o la creazione del nuovo. Non contemplano cioè quella visionarietà, quella forza immaginativa propulsiva e la capacità trasformativa che sono appunto la sostanza del tanto blaterato ottimismo. Siamo arroccati dietro slogan indelebilmente appannati da un alone di resistenza, di rassegnato, coriaceo combattimento per la difesa di una situazione data, di un contesto sociale e produttivo, un interesse di parte da tutelare, di un modo di vivere e relazionarci con noi stessi e con la realtà che, in quanto sperimentato e conosciuto, non presenti sorprese. E la paura dell’incognito diventa così l’anticamera dell’immobilismo. Che una crisi economica di proporzioni epocali sia in grado di fiaccare con i suoi crudi argomenti il più ottimista dei liberisti è fuori discussione. Figuriamoci, il sognatore a cui stiamo alludendo. Eppure, a proposito di sogno e di sfondo in cui disegniamo volenti o nolenti noi stessi, i nostri figli e il nostro futuro, alcuni segnali ci avvertono che lo sguardo miope e conservativo, incapace di prefigurare la diversità, il miglioramento, si è andato strutturando assai prima del tracollo del sistema finanziario che oggi pesantemente rimbalza nell’economia reale. E’ come se l’avvento della globalizzazione, che si è imposta in perfetta sincronia con l’agonia delle solide ideologie di radici ottocentesche su cui si reggevano gli equilibri del pianeta prima della caduta del Muro di Berlino, si fosse accompagnata a una sostanziale accettazione dello status quo. Strappate le “belle” o aberranti bandiere, sepolte le loro icone, davanti alla vasta, desertica distesa di niente spianata dallo svuotamento di quelle utopie, ma soprattutto dalla loro minacciosa contrapposizione – vedi la Guerra Fredda – rimettere mano ai colori, alla fantasia, alla forza immaginativa per strutturare un sogno è diventato tabù. Forse, grazie ai prezzi troppo alti pagati dalle generazioni precedenti ai quei sogni, si è preferito buttare l’acqua sporca con il bambino, rinunciando a una prerogativa senza la quale un’esperienza non può dirsi fino in fondo umana. Non sono gli etti di materia grigia che, dopo tutto, determinano la differenza dell’uomo dagli altri animali, ma esattamente la sua capacità di rappresentarsi, ridisegnare la propria realtà nel momento stesso in cui la esperisce. Invece, nell’ansia depressiva che assedia il cosiddetto Occidente, nell’efficientismo di corta gittata che orienta le sue scarse, difensivistiche progettualità – quasi sempre agganciate a manovre lobbistiche, quasi mai frutto di una sedimentata riflessione sul mondo – si rintracciano i segni di una lenta, inesorabile sottrazione di immaginazione e futuro. Adattandosi a questo disperato orizzonte, le ultime generazioni sono andate rinunciando a ogni possibile dinamica innovativa, a ogni cambiamento, a rimodellare il sistema di vita perennemente promosso e promesso dal mito del benessere celebrato dall’imperativo consumistico. Questo sfondo, diciamoci la verità, piuttosto angosciante, psichicamente e simbolicamente, ci strangola nella sua morsa fatta di rapporti di forza. Nella polarità che contrappone, infatti, l’ero¬sio¬ne, il consumo, appunto, di tutto – merce, affetto, relazioni – e la provvista, l’accumulo delle quantità necessarie – di soldi, energie, crediti prepagati… – per entrare in possesso del bene da erodere con più o meno gaudio, gli spazi di comprensione e di assunzione di responsabilità si assottigliano, diventando antieconomici. In quanto poco remunerativi, vanno cancellati. Non c’è dubbio che per funzionare a pieni giri il motore del produco-consumo-quindi-sono gradisce una partecipazione meno consapevole possibile ai suoi rituali. Chiediti cosa desideri e battiti per ottenerlo, anzi, comprarlo. Se, invece di rispondere come il famoso cane pavloviano al movimento istintivo innescato per esempio dal desiderio, ti attardi a domandarti perché vuoi quella cosa – oggetto o persona che sia – quali sono le reali ragioni per cui ne sei attratto e se tali ragioni non lascino intravedere altri, cruciali bisogni che nulla hanno a che fare con la soddisfazione di quella pulsione; se, dicevamo, ti soffermi a interrogare i tuoi desideri, invece di adoperarti seduta stante per soddisfarli, o sei un pirla, secondo la vulgata più diffusa, o sei destinato a cadere in un’area contigua ormai alla sovversione. Inguaribilmente romantico, inutilmente aderente a te stesso, sospendendo la compulsione che ritma l’io consumista, impedisci al motore di una macchina così collaudata di salire di giri. Tra non molto ti additeranno come la causa, altro che vittima, della crisi. Utile, efficace, remunerativo. Tempo fratto energie spese. Non c’è scampo. L’efficientismo, il calcolo freddo che presiede alla valutazione delle nostre progettualità, ormai a cortissima gettata, non prevede pause di riflessione. Poco importa se proprio in quelle pause apparentemente improduttive, talvolta caratterizzate persino dall’ozio, da un assoluto far niente più o meno dolce, si struttura una reale esperienza di sé, totalmente gratuita, eppure di valore incalcolabile, per non dire unica. Eppure, non ci scandalizziamo più quando, passando in rassegna i servizi, le opportunità, le routine periodicamente programmate – nella sanità, a scuola, ma anche nella semplice quotidianità di ciascuno – ci rendiamo conto che il mito del rapporto costo-benefici ha scalzato ormai la sensatezza delle motivazioni per cui si prende un provvedimento, si struttura un servizio, si affronta un problema. La fantasia, l’intelligenza che dovremmo applicare alla reinvenzione della realtà è spesa nella finzione che l’ambigua forbice tra costo e beneficio offre a chi, da una giunta comunale a un consiglio di amministrazione, non propone più progetti per le comunità ma operazioni più o meno spettacolari per comprarne il consenso. Piegati alle squillanti ragioni della visibilità, della risonanza mediatica e del plauso ricavabile, spesso anche il più serio degli interventi rischia di essere ridicolizzato dal testimonial di turno, sia esso Topo Gigio o il Totti di turno. Persino nell’emergenza, quando i beni da salvaguardare sono, almeno teoricamente, inviolabili – vita, lavoro, casa – le intelligenze chiamate a soccorrere chi sta soccombendo, le competenze scientifiche o ingegneristiche, il coraggio o la forza fisica sono sistematicamente cancellate, in termini comunicativi, da una logica di remunerazione immediata che antepone l’audience alla sutura delle cicatrici. Cos’è questo gaio cinismo se non un’aberrazione?

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LINUS FEBBRAIO 2010

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