Cosa c’è di male

Sul numero di marzo di LINUS:

Cosa c’è di male

di Giampaolo Spinato

“Mio cognato mi è stato segnalato come l’esperto più bravo in quella materia che ci fosse in circolazione”. E fin qui tutto bene. Ma poi: “Cosa dovevo fare, rifiutargli l’incarico? Solo perché è mio parente non è detto che debba andare a lavorare in Svizzera”. Ora, proprio nel Canton Ticino no, non necessariamente. Ma altrove sì. Questa sarebbe la risposta se si avesse un po’ di senso morale, e persino di orgoglio. Invece, a quelle parole non c’è nessuno, giornalista o, che osi rispondere. Le abbiamo sentite migliaia di volte. Sono le stesse scuse accampate dalle decine di professori universitari in grado di pilotare concorsi favorendo i propri parenti. Le pensano e le dicono il dirigente dell’Asl che assicura il salario ai propri familiari, il preside, il dirigente d’azienda, il funzionario di partito, giù giù fino all’ultimo furbetto del quartierino che si adopera per la propria tribù. Sono le parole pronunciate pubblicamente anche da Bertolaso a proposito del cognato chiamato a lavorare alla Maddalena. Non ci occupiamo qui di inchieste o di crimini, presunti o reali. Parliamo di significati, per dimostrare quanto possano essere concreti, a volte più eclatanti dei fatti. Davanti alla sconcertante rassegnazione con cui accogliamo giustificazioni del genere viene un sospetto. Ragioni di opportunità indurrebbero chiunque a fugare ogni dubbio sulle proprie scelte e i propri comportamenti. A volte, per non prestare il fianco ad attacchi, si rischia persino di essere troppo rigorosi, esigenti. Certo, non sembra essere questo il caso di un Paese che sembra strenuamente impegnato a mantenere il proprio livello di corruzione ai piani più alti delle statistiche mondiali. Tuttavia, chiunque abbia un qualche potere è quotidianamente costretto a fare i conti, con un certo grado di discrezionalità, con la soglia minima su cui deve attestarsi il suo stesso rigore. In particolare, parliamo di quando questo potere abbia a che fare con lo Stato e le sue diramazioni amministrative e, anche senza commettere reati, decide di abbassare questa soglia, assumendo o facendo assumere/lavorare un familiare, un amico o, peggio, qualcuno con cui ha contratto qualche debito. Ed è qui che si comincia a scivolare nelle sabbie mobili dell’arroganza volgarmente mascherata con quelle frasi: “siccome è mia moglie, non può essere brava e vincere un concorso?”, “vogliamo condannare mio figlio solo perché è un bravo medico e l’ospedale che dirigo lo ha scelto?”, “i miei nipoti avevano tutte le carte in regola, io non facevo parte della commissione”… Se davvero, davanti a queste parole, non abbiamo più argomenti, significa che diamo per scontato che così fan tutti. Fare tutto il possibile per favorire parenti ed amici. Cosa c’è di male? Se poi non si violano leggi o regolamenti. Anche le cosiddette élite paiono essere diventate molto sensibili a questi sciatti argomenti. Soprattutto nel momento in cui tacciono, non rilevando l’aberrazione di giustificazioni che sottintendono, appunto, che non vi è niente di male ad adoperarsi per chi si “ama”, in una visione del mondo così primitiva da lasciare sbalorditi. Ecco dunque degli eroici funzionari dello Stato che mescolano con gaudio disinvolto il pubblico con il privato – salvo poi, quando fa comodo, pretendere che quest’ultimo sia preservato – e se qualcuno richiama l’importanza delle regole condivise e dei meccanismi, dell’etica che entrano in gioco nell’amministrazione della cosa pubblica non solo fa la figura del parruccone moralista, ma addirittura è d’intralcio all’efficienza. E’ il trionfo di un sentimento individualistico dove, non essendoci spazi per un progetto, una visione del mondo, non c’è nemmeno più traccia di cura, dedizione, servizio, rigore. Così, la cosa pubblica è uno spazio da occupare, non una macchina da sottoporre a manutenzione periodica, da far funzionare, magari migliorare. E il merito, che spazzerebbe via ogni equivoco, è un impedimento. Da decenni il Paese affoga, nasconde, intralcia, soffoca nella culla le sue intelligenze, i talenti, coloro che, in ogni campo, non aderiscono a consorterie e camarille. Basta scorrere i cognomi in coda alle trasmissioni televisive. In questo Rai e Mediaset sono specularmente parenti. Osservare i percorsi, le carriere di chi non sacrifica la propria libertà ai magnati di turno, siano essi politici, lobby o partiti. Se il merito fosse davvero premiato, se cioè molti di quelli che oggi, ignorati dai media, combattono le loro battaglie o esplicano con eccellenti risultati le loro professioni ai margini dell’establishment, ne farebbero le spese i parenti e gli amici. A quanto pare, non lo potremmo sopportare. Lo dimostra il mutismo con cui lasciamo passare quelle giustificazioni. Se incarichi e responsabilità fossero davvero contendibili, non ci sarebbe bisogno di quella avanguardia della corruzione che si spinge fino all’offerta di insignificanti prestazioni sessuali – invece che di mazzette – in cambio di favori. A periodi alterni, qualche anima bella alza la voce per invocare un ricambio generazionale che è invece solo la conseguenza di una rinuncia. Quella leggibile nel rassegnato silenzio con cui ascoltiamo le sfacciate parole di chi pratica il nepotismo. Forse, pensando che è solo l’ennesimo scemo che si è fatto beccare. O sperando che nessuno venga a sapere dei nostri stessi santi o parenti faccendieri. Tacere è colludere. E’ un’ammissione di colpa, riconoscere di essere loro parenti. E se davvero siamo convinti che non vi sia altro modo per farsi strada nel mondo che arrampicarsi sulle spalle degli amici, strutturando intere reti di esistenze e relazioni in un infinito, stratificato conflitto di interessi, come possiamo pretendere di non essere rappresentati dal proprietario della madre dei conflitti di interesse.

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