MANCHESTER O DELLA FELICITÀ

MANCHESTER O DELLA FELICITÀ

MANCHESTER O DELLA FELICITÀ

di Giampaolo Spinato

 

La strage di Manchester, si dice, ha suscitato orrore e costernazione. Tanto orrore e costernazione da mobilitare i precordi degli opinionisti, tutti affranti quanto certi, visto il contesto in cui si è consumato e l’età delle vittime, che il bersaglio del barbaro attentato siano la libertà e la felicità dell’Occidente. In testa a tutti, naturalmente la ditta Saviano-Roberto-Scrittore che, nello spasmo della permanente paranza del marketing ( 1 e 2) con cui espleta il suo usurante ruolo di influencer, ha sfoderato un tweet di vertiginosa saggezza:

Una frase che, ammesso che qualcuno non se ne fosse accorto, celebra l’avvenuta metamorfosi del nostro, certificando, con l’avvento della figura dell’Imam radicalizzato in versione social, la più sconcia e paradossale delle conseguenze che siamo costretti a subire sotto i colpi di questo premeditato conflitto contro il terrore (allevato e armato dallo stesso Occidente). Il capolavoro di Sua Savianità è di riassumere in un bigino di 140 caratteri, da cui magari prendere spunto per il temino della maturità, un’inenarrabile coacervo di non-senso e luoghi comuni. I terroristi sono “maledetti”. Una spaventosa lucidità di analisi. Un pensiero profondo e risolutivo. Chi non lo pensa? Chi non è in grado di dirlo o di scriverlo picchiettando sulla tastiera dall’ovattata comodità della propria cameretta? Corredato della fotina con il nastrino e le orecchiette da coniglio – ogni barbaro attentato da Charlie Hebdo in avanti produce anche le sue icone i suoi gadget utili a dragare consensi nei social – garantisce quei due, tre chili di applausi, like e retweet che appiana le nevrosi nella pura, sterile meccanica di eccitazione e sedazione che governa il linguaggio comunicativo a partire dalla rete. Ma quello che più di tutto spaventa è l’assunto iniziale in cui, affermando che il terrorismo voglia colpire la libertà e la felicità dell’Occidente si lascia intendere, come già in alcune grottesche esegesi dell’efferato attacco al Bataclan, che la libertà e la felicità si riassumano in un concerto. Una tesi troppo ghiotta per molti dei nostri opinionisti che, infatti, prima di avere notizia dei risultati delle indagini, in quasi tutte le trasmissioni televisive hanno sbandierato l’acuta certezza che i signori del terrore individuino con precisione chirurgica i loro bersagli, scegliendo un raduno di adolescenti non solo per suscitare il prevedibile clamore ma con la determinazione di aggredire e distruggere i fondamenti di una civiltà e di una cultura. A guardarne il faccione appiattito sul led, non ne era convinto, ma l’ha sostenuto, anche Gino Castaldo, veterano specialista musicale di Repubblica, testimonial di questa post-brechtiana opera esegetica da quattro soldi. Evidentemente impossibilitato a tirarsi indietro e non approfittare del primo piano televisivo, con il raccapriccio che gli brillava nelle pupille, a Cartabianca, dalla signora Berlinguer, ha discettato di icone pop per famiglie (Ariana Grande), spiegando che, appunto, attentando a rituali celebrativi della libertà e persino della condivisione fra genitori e figli, il terrorismo intende minare alle radici questi valori di gioia e di festa, sottintendendo “nostri”, cioè di tutti noi. Una tesi abborracciata e piuttosto balzana, che però, come si è visto, va per la maggiore e ha scatenato su tutte le reti e tutti i telegiornali la disorientata ma chiassosa canea sciacallosa, nel senso dell’animale ma anche della callosità. E in tutta questa lugubre ma festosa celebrazione dell’ipocrisia e del macabro presenzialismo di chi ogni volta timbra il cartellino dell’opinione pelosa, per una volta solo la voce di Edward Luttwak – uno che ne sa – si è levata sommessamente a Di Martedì, in un commento a margine e non inquadrato, per dire che i terroristi ai cosiddetti “obiettivi sensibili” non ci possono arrivare per tutti i controlli che dovrebbero oltrepassare e che, invece, ai concerti la security si occupa al massimo dei due o tre elementi oltremodo ubriachi o dei gruppetti eccessivamente chiassosi, per non dire dei portoghesi che vorrebbero non pagare il biglietto, aggiungiamo noi. Non è del tutto improbabile, quindi, che la manovalanza del terrore prenda di mira target facilmente raggiungibili, non catalogati o trascurati dai sistemi di sicurezza, oppure ancora impossibili da “coprire” con cordoni protettivi di sufficiente efficacia, come è successo anche a Nizza, Berlino, Stoccolma… E non ci addentriamo sulla storia pregressa e sulle dinamiche che hanno pasturato fin qui, con capitali di certa provenienza occidentale, Isis et similia. Ma la verità, anche quando ce l’hai sotto il naso, è troppo scomoda. Per un po’ di visibilità, qualche applauso e per assicurare in eterno il proprio ruolo di garantiti, da destra e da sinistra, meglio dare in pasto alle pance l’arzigogolata teoria dello scontro di civiltà in cui una grottesca idea di felicità, fino a poco prima magari denigrata a priori, è messa in ginocchio. Invece di mobilitarsi con serietà, e un po’ più di coraggio, chiedendo alle istituzioni che oggi si vestono a lutto di smettere di armare chi uccide.


About Giampaolo Spinato

(Milano, 1960) ha pubblicato Pony Express (Einaudi, 1995), Il cuore rovesciato (Mondadori, Premio Selezione Campiello 1999), Di qua e di là dal cielo (Mondadori, 2001), Amici e nemici (Fazi, 2004), La vita nuova (Baldini Castoldi Dalai, 2008). Scrittore, giornalista freelance e docente universitario, scrive per il teatro e ha fondato Bartleby – Pratiche della Scrittura e della Lettura.

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