A UN PARTITO SFIGURATO LA PLASTICA NON BASTA

A UN PARTITO SFIGURATO LA PLASTICA NON BASTA

A UN PARTITO SFIGURATO LA PLASTICA NON BASTA

Le persone dietro (e davanti) ai programmi politici

di Giampaolo Spinato

 

Gli infortuni non fanno una testata.

Sarà perché ha appena finito di festeggiare i quarant’anni, molti dei quali passati, dopo aver sdoganato l’equivoco concetto di giornalismo schierato, a distribuire endorsement al front-man politico di turno in una parabola che va da De Mita a Renzi, passando per Prodi.

Oppure perché ci sono realtà che alla lunga non si possono tacere o manipolare. Sta di fatto che una delle analisi più nitide sullo sfacelo del Partito Democratico è venuta dal suo imbarazzato house organ, La Repubblica, a firma Ezio Mauro.

Sebbene ancorato a canoni interpretativi risalenti al profondo ‘900, Il Pd e la talpa dell’ultradestra, colpisce nel segno.

Non arriva a denunciare il ruolo che ha avuto lo spasmo familistico di Matteo Renzi nello sfregio subìto dal partito, ma almeno distribuisce colti scappellotti alla sinistra perennemente in ritardo sull’evoluzione del Capitale, invocando gli urgenti ripensamenti a cui la montante paura su cui fanno leva i populismi dovrebbero costringere il cosiddetto pensiero democratico-liberale.

Riformisti tutta la vita, allora, ma basta giocare in difesa, restituendo solo slogan (Europa, moneta, debito, etc.) e diatribe da cortile, come il logorante, anacronistico processo di morte e resurrezione con cui il Pd tiene in stallo il Paese, a chi chiede pane.© Danilo Maramotti (L'Unità 4 giugno 2014)

Anche perché, dice Mauro, in un mondo in cui “il ricco e il povero non si tengono più insieme perché il primo non ha ormai bisogno del secondo” è lo stesso “patto di civiltà che sta saltando” e gli esclusi “non riconoscono il valore d’uso della democrazia, convinti che distribuisca oggi i suoi dividendi soltanto tra i garantiti”.

Quello che manca a questa analisi non certo accomodante sono, da una parte, le ragioni che hanno determinato la tombale deturpazione di un progetto che si candidava a guidare il Paese e si ritrova invece a rincorrere affannosamente il suo stesso “popolo” definitivamente schifato dalle guerre intestine; dall’altra un’indicazione sintetica e leggera – nella profetica accezione della leggerezza anticipata da Italo Calvino – di quello che dall’avvento della politica 2.0, invece che nel bugiardo StorySelling leopoldino, doveva tradursi in un persuasivo ed efficace programma di governo.

Il primo punto è presto risolto.

Quello a cui abbiamo assistito negli ultimi trent’anni non era che il prodromo del fatale Bagaglino che l’ormai impresentabile dirigenza del Pd sta facendo passare come fase congressuale, storyvendendo come medicale ricostituente il ricovero nel sanatorio del Lingotto dove echeggiano ancora, vuoti e irrisori, gli I Care di un padre fondatore, Walter Veltroni, che ancora oggi non si è ben capito cosa farà da grande.

La crisi di idee e di linguaggio della sinistra, soprattutto di quella italiana, abituata a pellegrinare con veltroniana demagogia populista (sullo strumentale abuso del termine abbiamo già dato) nei santuari cult da Figurine Panini tipo Blair o Clinton, aveva fatto il suo corso quando, per garantirsi gli esili quorum necessari a sopravanzare il Cavaliere, in preda a totale confusione, si era affidata all’idea scary movie tanto hollywoodiana del mostro da combattere.

Intorno a questo fragile perno, tra un girotondo e un mal di pancia, si andava costruendo di volta in volta l’opposizione che avrebbe portato all’alternanza salvo essere ingoiata nei rigurgiti dei mai sopiti contenziosi accantonati temporaneamente solo per la presa del potere.

La verità è che lo scempio di un partito che, invece di studiare, ascoltare e farsi interprete dei bisogni, in tutta scienza e coscienza s’è lasciato fecondare artificialmente da vacui calcoli di marketing, si è già consumato nei traccheggianti Anni ’90 degli inciuci, quando il Paese fu consegnato, per non dire svenduto, alle destre per i soliti piatti di lenticchie nel collaudato stile tafazziano adottato anche di recente con la Capitale.

Ma la povertà di linguaggio e il conseguente disorientamento ideale della sinistra e del suo preteso modello di riferimento, il Pd, appare ancor più immedicabile oggi se si osserva come nella sostanza rispecchiasse fin da allora il modello che pretendeva di sostituire.

Un modello, Berlusconi, ovvero l’esatto suo doppio, che andava intercettando con priapico vigore l’epoca, interpretandone l’invidiata, somigliante immagine mentre la sinistra ne imitava perfino la declinazione dell’odio contro il nemico, facendone un’ossessione e scavalcandolo non certo grazie a politiche alternative ma aspettandone il cadavere sulla riva del fiume giudiziario.

Non è un caso che il «Giovane Favoloso» Matteo Renzi sia riuscito ad accreditarsi persino presso gli influenti capicorrente del suo partito – affamati di potere – come il clone ideale di una formula vincente, il berlusconismo.

Sfilandogli di mano lo stile pionieristico pre-Trump che il signorotto di Arcore gli serviva su un piatto d’argento, il teenager tardivo di Rignano ha potuto finalmente dispiegare tutto il suo genio “carismatico” e “innovativo” apportandovi un brillante quanto improvvido restyling di linguaggio che ha finito per sostituire le “veline” con le “leopoldine” e i “cerchi magici” coi “gigli”, senza neanche rinunciare al must delle passerelle in Mediaset.

Creatività, originalità, guizzo, personalità e maschi (o femminei, perché no?) confronti sulle idee, addio.

È perciò un’idea del tutto balzana e, stando alla cronaca – non si scomoderà la storia – irresponsabile, imputare il precipitare della sinistra esclusivamente all’onda montante dei populismi o dei sovranismi.

Si tratta piuttosto di una miscela esplosiva fra questi, la scelleratezza delle politiche economiche che ne hanno favorito l’avanzata e il tombale auto annientamento firmato di proprio pugno dalla sinistra con l’isteria passatista e talebana di chi ancora oggi non ha visto cadere il Muro di Berlino, e col matrimonio aziendale di convenienza fra ex-democristiani ed ex-comunisti accorsi per anni alla City per spiegare che i bambini non correvano pericoli e la Borsa era interdetta agli esorcismi.

Eppure lo scontro che sulla pelle di tutti si sta manifestando a livello mondiale imponeva ed impone una riconsiderazione dei principi fondanti della sinistra storica mondati delle pugnalate alle spalle che ne hanno compromesso la credibilità ogni qualvolta si è trovata a governare.

Qui si innesta la necessità di acquisire con riflessi più pronti la coscienza persuasiva sottesa nelle accennate Lezioni di Calvino ponendosi le domande più semplici: quali principi salvare fra quelli di un tempo?, quali le più efficaci ragioni da mettere in campo? quali i più inclusivi fra i tanti perseguibili scopi?

Un programma che possa dirsi di sinistra oggi potrebbe riassumersi in soli tre punti: I) un reddito di cittadinanza (o universale) per tutti; II) lavoro per tuttiIII) trasparente contendibilità di ogni posizione, ruolo e funzione sociale.

Con questi tre timoni, nel “diluvio universale” che imperversa sul nuovo secolo, si potrebbe guidare una nave che includa nessuno escludendo. Al centro c’è l’uomo (e la donna) – non banche, aziende, finanza, monete, aree economiche e tutte le sacrosante derivazioni sovrastrutturali che sempre a uomini (e donne), non ad altro, devono la propria prosperità e al loro benessere sono tenute a tendere.

Tre timoni che possono funzionare non solo come punti saldi di orientamento ma, a cascata, come affidabili, esatti criteri di selezione e valutazione per tutte le altre scelte derivate: salute, scuola, ambiente, produzione, economia, cultura e quant’altro, passando per la separazione fra Etica e Stato laico.

Una triade banale, ma non per questo scontata e – al netto della corruttibilità umana, s’intende, ma bilanciamenti e anticorpi nelle istituzioni esistono proprio per vigilare – intelligibile a tutti e chiara da perseguire. Dentro cui scorre la vita, fortunata o più sfortunata, di ogni essere vivente. A cui la politica, soprattutto quella che si richiama ad una tradizione di “sinistra”, può e deve servire.

In quale programma, nel panorama dell’offerta politica italiana, c’è traccia di queste tre stelle polari?


About Giampaolo Spinato

(Milano, 1960) ha pubblicato Pony Express (Einaudi, 1995), Il cuore rovesciato (Mondadori, Premio Selezione Campiello 1999), Di qua e di là dal cielo (Mondadori, 2001), Amici e nemici (Fazi, 2004), La vita nuova (Baldini Castoldi Dalai, 2008). Scrittore, giornalista freelance e docente universitario, scrive per il teatro e ha fondato Bartleby – Pratiche della Scrittura e della Lettura.

Rassegne Stampa – Pubblicazioni | Romanzi | Teatro

© 2017, admin. All rights reserved.

One thought on “A UN PARTITO SFIGURATO LA PLASTICA NON BASTA