Scrivere che passione

30.03.96
Gioia
Scrivere che passione – Patrizia Ventura

In Italia si legge poco però si scrive tanto. Siamo tutti grafomani? No, è che scrivere fa bene all’anima. Poi, per imparare il mestiere si può andare a scuola. E, per voi, una sorpresa: “Gioia” offre una pagina da riempire con i vostri pensieri.

Milano, marzo.
“Vivere facendo lo scrittore sarebbe una bella cosa. Piacerebbe a tutti”, commentava Italo Calvino, sconsolato per la precarietà del suo lavoro, in una lettera a un amico, ritrovata di recente in un carteggio inedito. Se lo pensava lui, figurarsi noi.
Infatti diventare scrittori è il vero sogno segreto degli italiani. A dir la verità non così segreto, dal momento che gli editori (e anche i giornali) sono invasi da manoscritti di ogni genere inviati da aspiranti scrittori e poeti; che concorsi e premi letterari, grandi e piccoli, importanti o meno, non si contano più e sono sempre affollatissimi, qualsiasi sia il tema, compreso il racconto erotico. Da qualche tempo poi, le scuole di scrittura creativa, nate sull’esempio degli Stati Uniti dove esistono da cinquant’anni, sono prese d’assalto da studenti di ogni età e condizione, desiderosi di apprendere le tecniche di narrazione e fare quel famoso salto di qualità da dilettante ad autore con tanto di libro pubblicato.
Scrivere, dunque, è un’autentica passione, un piacere, una necessità, una voglia matta che non si ferma davanti a nulla.
Siamo un popolo di grafomani. Un paradosso tutto italiano, in un Paese che legge pochissimo ed è da questo punto di vista il fanalino di coda dell’Europa. Le statistiche indicano che quasi il 70 per cento degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno. «E una buona fetta dei restanti, quelli che ne leggono almeno uno, non ricorda né il titolo, né l’autore», dice Elena Salem, presidente dell’Aipe (Associazione Italiana Piccoli Editori) che ha commissionato all’Istituto Astra una ricerca innovativa sulla lettura in Italia, presentata di recente alla stampa. «Abbiamo voluto fare una ricerca sulla qualità invece che la quantità della lettura. Non soltanto la percentuale degli italiani che non leggono nemmeno un libro è altissima, ma la lettura è associata a un vissuto negativo. Leggere è noioso, dicono gli intervistati, faticoso, poco rilassante, ma soprattutto è legato a un senso di solitudine. Insomma, l’opinione dei più è che legge chi non sa socializzare, oppure non ha di meglio da fare. Certo, è sconfortante. Evidentemente chi manda manoscritti agli editori fa parte di quel 20-25 per cento che legge. In questo caso scrittori e lettori coincidono. O forse la gente scrive, anche se non legge, perché sa che fa bene all’anima».
Scrivere fa bene, in alcuni casi è una forma di terapia. Ma ci sono anche altre motivazioni.
«Fare lo scrittore è come laurearsi, un simbolo di status», dice Andrea De Carlo, che con il suo recente romanzo Uto, ha raggiunto quota centomila copie. Lo scrittore è stato testimonial pubblicitario di “Scrivere”, un corso a dispense di Fabbri editori, i cui primi numeri sono già in ristampa, che insegna le tecniche del mestiere e offre un concorso per scoprire nuovi talenti. «In tutti noi è forte il desiderio di esprimersi, ed è più facile avere contatti diretti con altri interlocutori per mezzo di un foglio di carta. Attraverso questa attività, che non richiede attrezzature particolari ed è quindi apparentemente a portata di mano di tutti, si cerca anche di concretizzare il desiderio di emergere. Ma per riuscire occorrono una forte motivazione e un modo di raccontare molto personale, come la voce che è diversa per ciascuno di noi».
«Tutti pensano di avere qual-osa da dire, di possedere un tocco di genialità da esprimere, è una cosa molto umana. Anch’io anni fa ho tentato di scrivere un libro autobiografico, partendo dalla nascita di mio figlio. Ma poi ho lasciato perdere, perché non mi sentivo all’altezza», racconta Alba Parietti, che ha esordito nell’editoria con Uomini, ritratti maschili al fulmicotone. «Credo che la voglia di scrivere sia figlia della voglia di studiare e di informarsi, qualcosa che nasce nell’infanzia grazie alla famiglia più che alla scuola. Leggere e scrivere, è più faticoso che non guardare la Tv o andare al cinema, e così si perde l’abitudine. Anch’io l’ho persa per molto tempo e ricominciare è stato difficile. Quando ho deciso di scrivere Uomini, mi sono affidata più al mio spirito di osservazione e a un filo di humour che alle mie doti, per così dire, letterarie. Poi è intervenuto il mio fidanzato che mi ha consigliato sagge letture come Oscar Wilde e Arthur Conan Doyle. Sono orgogliosa del fatto che il mio libro stia andando bene. Più che per le vendite (che indubbiamente mi fanno piacere, sarebbe sciocco da parte mia negarlo), sono soddisfatta dalla buona stampa che ho avuto, anche da parte di critici che hanno spesso la puzza al naso. Questi giudizi positivi hanno risollevato non poco il basso concetto che ho di me. E credo che molti che scrivono, sognando di pubblicare, possano condividere il mio entusiasmo».
«Perché la gente scrive tanto? Perché la scrittura è un mezzo che mette in comunicazione con quante più persone possibile. E’ anche un bisogno che nasce da un’esperienza vissuta o da uno stato d’animo», risponde Carlo Flamigni, docente di ginecologia a Bologna ed ex membro del Comitato Nazionale di Bioetica, che ha esordito nella narrativa con Figli dell’acqua, figli del fuoco (Pendragon), un libro che raccoglie racconti, belli e poetici, di medicina della riproduzione che attingono ai miti e alle favole. «Se sono bisogni, perché non soddisfarli? Da dilettante, io mi sono dilettato. Ho voluto rivolgermi in particolare alle donne per raccontare con parole diverse da quelle della medicina il mistero della nascita. Credo che a nessuno, in fondo, interessi davvero quante persone leggono ciò che hanno scritto. L’importante è il confronto delle idee, è scrivere. Poi, siamo tutti un po’ manzoniani: pochi (quanti, 21?) lettori, ma buoni».
«In una società in crisi di valori, invasa dalla Tv, e che tende a soffocare gli spazi dell’interiorità, l’individuo inclina a ripiegarsi su se stesso. Nasce la voglia “diaristica”, il desiderio di confessare a un foglio bianco ciò che non si può, forse, più confessare a un marito, a un compagno, a un amico. E sono soprattutto le donne a farlo», è il parere di Maria Grazia Cocchetti, giornalista free lance, autrice di L’autore in cerca di editore (Editrice bibliografica), una guida pratica al mestiere di scrittore e all’approccio con l’editore “giusto”. «II mito romantico dello scrittore continua a illudere molti. Ma scrittori non si nasce, si diventa, attraverso la lettura e l’analisi stilistica e critica dei grandi autori. Lo scrittore si deve nutrire continuamente. E poi, prima di cominciare e importante chiedersi: scrivo per me o per gli altri? La risposta giusta è: per tutti e due».
«La voglia di scrivere nasce da un bisogno profondo che non va svalutato. Questo è il motivo per il quale molte persone frequentano corsi e laboratori di scrittura. Pensare che questi corsi non servano a nulla è un atteggiamento snobistico. Dare alla gente gli strumenti concreti per liberarsi dal mito dello scrittore, vuol dire dare loro la possibilità di imparare a scrivere», dice Giampoaolo Spinato, scrittore, organizzatore e docente di Bartleby, il progetto e la sorpresa“, un laboratorio di scrittura per aspiranti autori. «Arrivare alla consapevolezza del linguaggio significa adesione profonda al proprio pensiero, imparare a esprimerlo. E durante il cammino molti si rendono conto che diventare scrittore non è più così importante. L’importante è invece conoscersi. E’ una questione di sensibilità, per questo sono più le donne degli uomini a partecipare. La molla è comunque la voglia di comunicare. I giovani in particolare hanno molta voglia di cimentarsi. Ma non hanno tecnica. Qui imparano quel bagaglio di strumenti pratici, concreti, che li aiuta ad arrivare alla consapevolezza di sé».
«Scrivere mi fa compagnia, mi aiuta a combattere la malinconia. Non leggo tanto, perché non ho molto tempo, ma scrivo perché mi gratifica, per vedere più chiaro in me stessa, perché la poesia è emozione», spiega Mirella Bergagna, 59 anni, di Roma, una delle moltissime donne che hanno inviato a Gioia minuscoli quadernetti di poesie, stampati a loro spese, chiedendo un giudizio critico per ottenere punti validi a concorrere a un premio di poesia al femminile bandito da un editore milanese.
«Scrivo perché ne sento il bisogno, invece di tenere un diario in prosa, più esplicito, conpongo poesie. Mi serve a rievocare i ricordi e funziona come sfogo per le emozioni», spiega Danika Tarantino, studentessa di giurisprudenza di Ferrara, anche lei in gara per lo stesso premio.
Purtoppo, e con grande rammarico, non ci è possibile esaudire le richieste di Danika, di Mirella e delle altre che ci hanno inviato i loro lavori. Però questa grande voglia di scrivere, e di comunicare, ci hanno fatto riflettere. E così, presto partirà una nuova rubrica, “Il mio diario”, curata da Maria Grazia Cutrufelli, scrittrice ed esperta della scrittura delle donne. Si tratta di uno spazio dedicato alle lettrici (ma anche ai lettori) che vorranno partecipare. Le modalità le trovate a pagina 46.
La scrittura aiuta a conoscersi, a confrontarsi. E’ innocente, gratificante», dice la scrittrice Marta Morazzoni. «E la voglia di vedersi pubblicati, perché no?, è il desiderio di avere una piccola immortalità ».
Scrivete allora. Vi aspettiamo sulle pagine di Gioia.

A SCUOLA DI SCRITTURA
Sogni di diventare scrittrice? Ecco dove imparare il mestiere

Scrittura creativa, corsi condotti da Giuseppe Pontiggia, Teatro Verdi, via Pastrengo 16, Milano, tel. 02/6880038 – 5398126. Pontiggia, scrittore, giornalista e critico, è stato il primo a fondare in Italia una scuola di scrittura creativa. I corsi sono tre: Come scrivere; La sperimentazione sulla prosa; Come parlare. I primi costano L. 450.000 (universitari, L. 280.000). Il terzo, L. 250.000 (universitari, L. 150.000).

Cooperativa Firmato donna, laboratori di tecniche della scrittura creativa, via Bisagno 15, Roma, tel. 06/8605846. Stage intensivi (week -end) e corsi della durata di 2 mesi con frequenza settimanale. Solo per donne. Laboratori di narrativa (docente M. Rosa Cutrufelli), teatro, editing, sceneggiatura, giornalismo. Costo da L. 60.000 a L. 400.000.

Bartleby, il progetto e la sorpresa, via E. De Marchi 6, Paderno Dugnano (Milano), tel. 02/99040581. Pratiche della scrittura e della lettura. Due corsi di sei lezioni ciascuno. Li conduce Giampaolo Spinato, scrittore e autore teatrale. Costano L. 310.000 più Iva (anziani e studenti. L. 210.000 più Iva). Bartleby fornisce anche un servizio di consulenza inediti, a pagamento, per aspiranti scrittori.

Cooperativa Controluce, via Francesco Sprovieri 6, Roma, tel. 06/5809990. Scuola internazionale di scrittura creativa “Omero”. Offre svariate opportunità : corso introduttivo (12 incontri, L. 600.000), tenuti da Pietro Pedace che ha insegnato alla New York University. Corso avanzato (20 incontri, L. 2.000.000), tenuto da Lidia Ravera, scrittrice e giornalista. Corso di poesia (8 incontri, L. 350.000), tenuto da Gabriella Sica, poetessa e docente universitaria. La scrittrice Valeria Viganò tiene un corso di traduzione letteraria (16 incontri, L. 850.000) e dall’1 al 6 luglio, in Val di Chiana, un corso di full immersion di scrittura creativa (L. 1.400.000, vitto e alloggio compreso). A pagamento, Omero offre assistenza per promuovere opere letterarie inedite.

La casa zoiosa, scuola di lettura e di scrittura, corso di Porta Nuova 34, Milano, tel. 02/6551813. Centro culturale che offre corsi-laboratorio, letture, guide all’ascolto della musica. Tra cui il corso di scrittura letteraria (6 lezioni, L. 280.000, riduzioni per studenti e abbonati annuali), tenuto dal professor Antonello Nociti.

Il giardino dei ciliegi, piazza dei Ciompi 11, Firenze, tel. 0551243649. Corsi di scrittura della durata di 6 settimane (I° e 2° livello), tenuti da Monica Scarsini, scrittrice, pittrice e creativa (L. 150.000).

Scuola Holden, tecniche della narrazione, corso Dante 18, Torino, tel. 011/6632812. La scuola, diretta da Alessandro Baricco, offre corsi per imparare a narrare: dai film alla poesia, dal romanzo al cartoon. Moltissimi i docenti, da Gianni Amelio a Dario Voltolini, e gli ospiti chiamati a intervenire su temi specifici: da Stefano Benni a Emilio Tadini. Si può scegliere fra stage intensivi (3-7-14 giorni) e corsi (3-6 mesi). Costo: da L. 300.000 a L. 1.250.000. E il Master Holden in tecniche della narrazione. Durata 2 anni. costo L. 7.500.000 per il primo anno.

IL MIO DIARIO – Maria Rosa Cutrufelli

Gioia vi invita a scrivere emozioni, sentimenti, ricordi

Semplice quaderno o agenda fantasiosa, il diario resiste al tempo e, oggi come ieri, continua a essere per molte donne un’abitudine. Sulle sue pagine, giorno dopo giorno, trovano spazio pensieri e incontri, emozioni e avvenimenti, sogni e vita vissuta. E ancora: prove di racconti, dialoghi, lettere mai spedite… Diario diligente o caotico “quaderno d’appunti”, è qui che le donne riversano la vita e la trasformano in racconto. Quest’abitudine alla scrittura dà un senso di intima pienezza, di appagamento profondo. Perché scrivere aiuta a pensare, a capire la realtà, a tenere a bada le emozioni: è una terapia dell’anima e della mente.
Ma un diario o un “quaderno d’appunti” non ha solo questa funzione. Serve anche a trovare le parole giuste, uno stile, un modo di raccontare: è, insomma, un vero e proprio esercizio di scrittura. Una grande scrittrice come Virginia Woolf sosteneva: «L’abitudine di scrivere così, per il mio solo occhio, è un buon esercizio. Scioglie le giunture». E si chiedeva: «Che tipo di diario vorrei fosse il mio? Un tessuto a maglie lente, ma non sciatto; tanto elastico da contenere qualunque cosa mi venga in mente, sia solenne, lieve o bellissima». E il nostro diario com’è? Cosa contiene: sensazioni, racconti veri o inventati, momenti irripetibili e importanti di vita quotidiana o fantasticherie? Scegliete dal vostro quaderno le pagine che vi piacciono di più e mandatele a “Gioia”, viale Sarca 235, 20126 Milano. Noi le leggeremo e pubblicheremo le più interessanti. Una raccomandazione: il testo non deve superare le quattro cartelle.

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