Master 2003

I partecipanti al Master 2003

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[Mariaelena Masetti Zannini]

Gent.mo Sig. Giampaolo Spinato, ora che sono riuscita a procurarmi una email e a metabolizzare gli effetti del suo insegnamento, credo di essere anche in grado di darLe il mio giudizio. La mia scrittura ha subito effettivamente una evoluzione . Durante le prime lezioni, non nego di essermi sentita un pò scettica o forse un pò bloccata, sia da un’ondata di nozioni per me estremamente nuove, sia dal confronto con i miei compagni…

Sorprendentemente dopo il master, la parola scivola tra le mie dita forse più liberamente di prima.
Decontestualizzando i miei testi, ho imparato a lasciarli respirare , tant’è che ciò che ho iniziato a concepire tre settimane fa sta viaggiando con una naturalezza e velocità quasi impressionante. Sarà questa la SORPRESA di cui tanto parlava o è solo una delle sue sfaccettature ??

Contenere ogni dubbio e impegnarsi a non parlare a sproposito, ascoltare lavorando su se stessi, sui propri silenzi e sulle frasi non dette , non giudicarsi e giudicare: questa è stata forse la più grande delle difficoltà che ho dovuto affrontare, una difficoltà che , d’altraparte, è stata inspiegabilmente fruttuosa. Questa forse è la SORPRESA o ancora una delle sue sfaccettature?

La ringrazio infinitamente.
Cordiali saluti

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[D.P.] […] “Cosa ho pensato del Master di scrittura teatrale”.
Svolgimento.
Sono una studentessa diligente, quindo ho riletto gli
appunti del corso, per dirti cosa mi è parso efficace
e cosa meno.

Di seguito, riporterò alcune tue considerazioni che mi
hanno aiutata a scrivere:

1) Stare sul cuore, sul fuoco, sul caldo. Qualcosa che
ti tocca, che ti piace, che ti fa orrore, che ti
commuove. Un momento in cui ti strazia. Devo vedere
che ti stai cagando sotto.
2) Assumere un punto di vista, anche se non è
definitivo.
3) E se “andando a trovare questi due ragazzi mi
commuovo” e parlano loro, invece di far dire loro ciò
che voglio?
4) I mostri non esistono: il carnefice va “compreso”.
5) E’ più interessante che un personaggio incontri chi
non gli va di vedere.
6) (La madre sembra fuori dalla violenza, invece ne è
protagonista. Tra parentesi perché riguarda solo
quello che ho scritto io)

Altre frasi significative:
– Sull’azione. Il personaggio non è tra la vita e la
morte: sta morendo.
– Visione. Relazione tra i sensi e la nominazione.
– Il nostro limite è la nostra risorsa.
– Polarità fra i contrari. Nella mia rappresentazione
della morte, vedo una persona morta nel momento in cui
la vedo viva. Se lavoro sull’abbandono, parto da
un’idea di legame.
– Il conflitto non ha necessariamente un carattere
contrappositivo, tragico. Il cambiamento è passaggio
da una situazione all’altra, anche in uno stato di
presunta armonia (v. Čecov); micro-conflitti.
– Teatrale = qualcosa che si possa vedere, far
accadere.
– La scrittura può essere mascheramento, per non dire,
non vedere.
– Trovare la giusta distanza dal mio me che voglio
mettere in scena.
[…]

Spero che le mie annotazioni ti siano utili (anche in
considerazione della faticaccia!)

Ti ringrazio per la sensibilità e il rispetto che hai
dimostrato nei confronti di ognuno di noi, anche
nell’ascolto dello “stile” personale, senza cercare di
imporre uno stampino griffato Spinato.

A presto. Un abbraccio
Diana

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[Paolo Egasti]

Ciao Giampaolo
Rispondo (un po’ in ritardo) per riportare le mie impressioni sul corso di scrittura teatrale di OUTIS.
Mi aspettavo una cosa completamente diversa ma, con il senno di poi, credo mi sia stato molto più utile così.
Ho riflettuto sulla frase che ci hai ripetuto diverse volte: “Tutto è teatro”. Mi è venuto in mente che Platone ha scritto i primi dialoghi mettendo in bocca a Socrate le parole di Socrate. Più avanti il pensiero era di Platone, ma le parole erano ancora in bocca a Socrate, che così diventava un personaggio, l’esposizione del pensiero diventava una rappresentazione.
Sono convinto che i frutti del corso saranno sempre più chiari man mano che il tempo passerà. Mi è capitato in un paio di occasioni di scrivere e, nel momento in cui mi chiedevo come andare avanti, mi venivano in mente le situazioni e gli esercizi delle lezioni e sapevo darmi le risposte. Credo che il corso abbia insegnato a interrogare se stessi. E’ implicito, a parer mio, che le domande sono più importanti delle risposte.

Va bene, basta con le lodi altrimenti finirò col dire che l’anno scorso mi hanno amputato un dito, ma con il corso di Spinato ha cominciato a ricrescere.
Mi è piaciuto, spero ci saranno altre occasioni per portare avanti questo tipo di discorso.

Un saluto e buon anno.

Paolo Egasti

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[Antonella Cro]

La vita si metaforizza da sé.
Se dovessi scegliere una frase, una sola, da te pronunciata durante il master, sarebbe questa. Per me è stata la più importante, e anche la più nuova, nonostante la sua apparente semplicità . E dire che partivo dalla sponda opposta. Ma dentro di me so che avevo bisogno di qualcuno che mi facesse vedere questo, non tanto di sentirlo dire, quanto di scoprirlo mentre mi accadeva di fronte, in carne e ossa. Avrei anche altro da confidare, ma hai chiesto di essere sintetici e poi sento che molto di quello che mi ha insegnato il lavoro fatto insieme deve ancora essere metabolizzato ed uscire fuori. E spero di poterti rendere partecipe al più presto di nuove scoperte fatte a riguardo.

Intanto ti dico un’altra volta grazie, anche per la magnifica giampaolo’s card !

A presto,

Antonella

p.s. inutile dire che, nonostante tutto, non ho nessuna intenzione di smettere di leggere poesia!

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[Daniela Fabrizi]

Chi c’era? A guardare su e giù, per la sala del camino, c’erano tutti.
Il protagonista, i convenuti, la comparsa, la lampada; i fantasmi, i giorni passati, le ore che rimangono. E l’insegnamento, che si mascherava ma faceva l’inchino in ogni scena. C’erano e sono stati lì davvero. Irripetibili nell’atto di teatro. Tragici o tristi, allegri o felici, in quei pochi secondi in cui la felicità passa sbadata. Ma anche a non stare attenti, si vedeva. P. è scivolata da un granello di sabbia, che parlava a lungo in prima persona, fino a un bambino che dice a sua sorella che la mamma dice che chi parla da solo diventa matto. Un mucchio di che, ma l’insegnamento ammiccava bello grasso, lì dietro: l’alterità ci deve essere, anche se non è un vero altro. M. non voleva farcela, finché ha gridato a sua madre di farla, di smetterla di aspettare, di lasciarsi andare. Io non lasciavo succedere niente e poi, dopo, mancavano solo il bue e l’asinello. G. metteva due battute nel dialogo del suo pezzo, con T.: “io non capisco niente, sono confusa, non ci capisco più niente…” e M. : “tu devi restare”. I. ha aggiunto suoni e tolto parole, per togliere guerre, intoppi, fraintendimenti, almeno dalla stanza fino al cortile. M. E. non è un nome che fa rima, P., A., R., G., E., S., D., e M.
Ci sono stati tutti, vivi e rappresentati, tredici volte per tredici volte per tredici o quattordici volte, anche il custode che parlava a voce alta per non sentire gli urli del suo cuore.
E’ stato un tempo fermo e lungo, di pensiero. E’ stato un tempo, sarà un tempo, è un tempo: è vero che le cose si assomigliano tutte, quando – per fortuna o per impegno, a volte accade – si mettono a sfiorare l’autenticità .
Ciao a voi, Giampaolo, e grazie.

Daniela

[E aggiungo qui una frase, credo
sia di Fichte, ma non so più se è sua, se è un mio adattamento di qualcosa di suo che ho letto in quinta liceo, se l’ha scritta Schelling … Insomma,
fai finta di averla trovata scritta per te su un muro:

Essere liberi è il nulla. Diventare liberi è il cielo.

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[Giacomo Pedini] […] Ora sono più cosciente, sono in grado di accettare di vedere le lettere scorrere per volere delle persone di cui, e con cui parlo. Non ho bisogno solo di progettare, ma di scrivere, anche sotto dettato, fuori dal selciato che avevo prodotto. “Lasciare scivolare le cose” questo che ho capito con te vale per lo scrivere perchè vale oltre lo scrivere. C’è il vivere e il critico del vissuto, sia di me che del mio scritto.

Che bella retorica eh?
Scherzi a parte, è un commento un po’ serio e non mi piace rivederlo troppo a lungo, quindi ti saluto in fretta.
Sono in mailing list così posso avere notizie sui tuoi lavori, magari leggo qualcosa di tuo, vediamo poi se funziona…
Scherzo ancora. Ti saluto, hai fatto un buon lavoro e continua a farne, ne vale la pena.
Ci sentiremo, ci si rivede? Boh, spero di sì.

ciao
Giacomo

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[I.]

E’ un viaggio all’interno della macchina io scrittore. Il tutto, in gruppo: sensazione di stupro, poi sensazione di orgia. Durissima l’uscita nel mondo vero. Bisogno di molta solitudine dopo. Sfalsamento del piano temporale. Bisogna essere molto forti per farcela, ma senza opporre resistenza, il che pare una contraddizione in termini ma non lo è.
In un testo, se devi dire “domino” non puoi dire “domino”, e io quello lo sapevo. Il problema è che non puoi nemmeno dire “gioco di società formato da tessere di avorio e legno”: precisa sì, concreta sì, realistica sì, circostanziata sì, ma c’è un altro passaggio da fare dopo, più grave, e il tuo corso insegna quello.
Io sono random, per cui ho ringraziato il cielo quando ho visto che non era un corso tipo “struttura testo teatrale: la scena. Scrivete in alto “Scena” bello grosso. Poi scrivete sotto Alberto. Poi fate un trattino. Poi scrivete quello che dice Alberto”. Inoltre, ci tengo alla mia parte selvatica, la coltivo, guai, non mi pasticciate il mio senso del ritmo, la mia voce, no no no, Altri corsi l’avrebbero fatto.
[…] Chiarire l’essenziale come abbiamo fatto, ma non andare oltre o si fanno solo guai. Io sono outsider. Anche se Franco Moretti me lo son letto, Aristotele me lo son letto, ecc. ecc. Io sono forte perché sono out. Philip Dick scriveva usando l’I-ching, cazzo, quello è abbandono.
Era esattamente il tipo di corso che ci voleva, ma non prevedevo che fosse così e sono stupita.

Ho capito anche una adoratissima e difficilissima poesia di Coleridge, “La ballata del vecchio marinaio”, il finale:

Io, come la notte, me ne vado di terra in terra
con uno strano potere di parola:
appena vedo la sua faccia, io lo riconosco
l’uomo che deve ascoltarmi.
A lui insegno la mia favola.

Prima, nel mio immenso Narciso, pensavo che l’io (il vecchio marinaio) che se ne va di terra in terra a cercare la persona che deve ascoltarlo e quando la trova le racconta una “favola” che fa aggricciare la pelle, fosse nientemeno che Sua Maestà Io Che Scrivo. Col cazzo. Dopo il corso ho capito che quell’io nella poesia, è la Vita, le Voci, i Beni e i Mali, che vanno in giro per cercare la persona che li ascolterà; e che lo scrittore è quella persona che deve solo stare zitta, umile, e ascoltare. E ringraziare dio per essere stato scelto.
Ma sì, è un sacerdozio: tema spinatiano o sbaglio???
Ridi, ridi, che io sono stanchissima (specie dopo il mio testo zumpapà di oggi).
Spero bene anche tu.
Ciao e grazie
I.

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