Like Bongiorno

Like Bongiorno

Like Bongiorno

Modesto abbozzo di una fenomenologia del Like (Bongiorno)

di Massimo Sgorbani*

Se davvero volessimo ragionare, dovremmo farlo anche sui mezzi che qualcun altro ci ha consegnato includendo nel “pacchetto” parametri e modalità che non mettiamo in discussione ma che, supini, accogliamo e divulghiamo. Ragionare sui media, per esempio, ai quali Umberto Eco ha dedicato le sue riflessioni fin dal tempo della fenomenologia di Mike Bongiorno, e quindi anche su questo strumento, Facebook, che io stesso sto usando, e che instaura da anni la cultura del “mi piace” o del “non mi piace”. Che con gli “emoticons” ci consente di ridere o piangere, stilizzando arbitrariamente una gamma ristretta di possibili reazioni e incanalando ogni tentativo di discussione nella polarità approvazione/disapprovazione che, a ben vedere, distrugge in partenza la possibilità di un vero dialogo, perché su certe opinioni si può approvare in parte e in parte disapprovare ma soprattutto perché l’assunto di partenza crea forzatamente contrapposizioni e ricerca di consenso laddove eventuali contrapposizioni e consensi dovrebbero essere il punto di arrivo di un vero confronto. E allora, ci si potrebbe chiedere, quanto la diffusione di queste modalità influisce sulla polarizzazione più ampia della comunicazione generalmente in atto? Che ne sarà di quelli che non sono né pro né contro, in quale terra di nessuno verranno relegati, anonimi e privati della protezione dei grandi numeri?

Siamo dentro al linguaggio, il linguaggio CI parla, non LO parliamo, e noi non ci fermiamo a metterlo in discussione? E parlo nello specifico di noi, teatranti o operatori della cultura che di linguaggio dovremmo ragionare e che il linguaggio dominante dovremmo, se non sovvertirlo, almeno criticarlo. Recentemente mi sono (credo garbatamente) permesso di ironizzare sulla diffusione “virale” degli applausi a fine spettacolo con gli attori impettiti in proscenio… qualcuno si è anche un po’ risentito. Ma cos’è, quella, se non esposizione enfatizzata del “consenso”, dei “like” ricevuti in forma di battimano? Non testimonianza di un lavoro, non resoconto anche minimo di quel che va in scena, no, solo esposizione del plauso ricevuto quasi che quello, in qualche maniera, dovesse contagiare gli spettatori a venire, stimolati più dall’approvazione di chi li ha preceduti che da ciò che è avvenuto prima degli applausi.

Come dire: fidatevi, c’è da spellarsi le mani. Lava più bianco, e seguono testimonianze entusiastiche di massaie che hanno già acquistato il prodotto.

 


*Massimo Sgorbani è un drammaturgo.

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