L’indifferenza degli inquisitori

03.07.05
Il Sole 24 Ore
L’indifferenza degli inquisitori – Renato Palazzi

Festival di Asti
L’indifferenza degli inquisitori

Segnalato nel 2001 al Premio Riccione, B. – l’interessante testo di Giampaolo Spinato che il gruppo «Krypton» ha presentato al Festival di Asti – intreccia ellitticamente due linguaggi, due dimensioni temporali, ma forse soprattutto due modi di accostarsi al teatro: da un lato c’è un nocciolo che si potrebbe definire realistico-visionario, un episodio di cronaca nera ricostruito per spezzoni, per squarci dalle distorte cadenze quotidiane; dall’altro c’è l’ottuso procedere dell’indagine poliziesca, che innesca un meccanismo spersonalizzante dai toni beckettiani o pinteriani.
A fare da trait d’union fra i due modi di rappresentare la vita è la figura centrale di B., il silenzioso protagonista, a tal punto strappato alla compiutezza della propria identità da non potersi neppure fregiare di un nome per esteso. La sua storia, a quanto è dato di capire, si lega a un personaggio più maturo che lo usa per spacciare droga, e a una donna molto amata, che durante gli accoppiamenti lui era solito far vestire da statua della Madonna: intuiamo che l’altro uomo si avvale del suo potere per mettersi con lei, e l’intreccio di passioni si conclude in un brutale omicidio.
Questo squarcio metropolitano – in cui entrano anche le vaghe ombre di un padre e di una madre dagli echi quasi testoriani – affiora tuttavia frammentariamente, come un residuo di memoria dotato di forza propria, dalle maglie di uno spietato interrogatorio condotto da due agenti, alle cui violenze B. risponde col silenzio. E Spinato gioca specialmente sul contrasto fra l’indifferenza degli inquisitori, che banalizzano l’atrocità del Male, pensano ad altro, guardano la partita in televisione, e l’abbacinante tumultuosità di quel caso delittuoso comunque mosso da acri sentimenti vitali.
Regista e interprete con Silvia Guidi, Fulvio Cauteruccio toglie ulteriore consistenza alla trama collocandola in una stanza astratta, ridotta a dei puri contorni bianchi. Lo spettacolo comprime l’antefatto fin quasi ad abolirlo, e accentua invece la grottesca ferocia degli aguzzini, burattini viventi dalle incongrue uniformi rosa, guidati da un autoritario altoparlante. Si evidenzia così la livida caricatura di un potere che infierisce sulla vittima, inerme statua di carne seminuda dal patetico naso di carta: ma si perde lo spessore di dolore umano che improntava quell’oscura vicenda di sesso e di sangue.

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