Le quattro metà

di Giorgio Bo

[inverno 2003: uno dei primi esempi di scritture elaborate utilizzando la Rappresentazione Ricettiva e Creativa – gps]

***

A un chilometro di distanza, un vecchio entrò nell’osteria del paese. Si fece servire del vino in un bicchiere, lo tirò a se e bevve, tutto d’un fiato. Poi sbattè il bicchiere sul bancone e urlò – Basta!
Il bicchiere andò in frantumi, schegge di vetro andarono a conficcarsi tra le fette di limone sul piattino, di fianco al lavello.
– Basta!
Era paonazzo. Ma non ubriaco, come pensarono tutti i presenti, io lo so, anche se mi trovavo a centinaia di metri da lì.
Il vecchio si sporse e afferrò una bottiglia di spuma nera da dietro il bancone. La prese per il collo e colpì lo spigolo di legno, spaccandola, come il bicchiere. Altri vetri volarono lì attorno, la maggior parte si dispose a sbuffo sotto gli sgabelli.
Agitò nell’aria il mozzo rimasto della bottiglia, rivolgendosi a tutti quanti lo circondavano, seduti ai tavoli.
– Gran bastardi… pensate sia ubriaco. E invece… vi… sbagliate!
Quelli più vicini a lui si alzarono e iniziarono ad arretrare. Erano sempre più convinti fosse ubriaco, quando invece, non lo era affatto. Il vecchio li seguì con lo sguardo mentre si scostavano e gli parvero tanti frantumi di vetro rotolati in giro.
Mollò il collo di bottiglia e uscì dall’osteria. Trascorsero alcuni istanti poi rientrò, con un forcone da fieno tra le mani. Si diresse di nuovo al bancone e si sedette sullo sgabello.
Batté a terra il forcone una volta.
– Oste! – gridò – Dell’altro vino! Fai un fiasco intero.
L’oste prese un piccolo fiasco da sotto il bancone e glie lo porse.
– Che è questo? E’ troppo piccolo! E poi è già aperto!
Prese la bottiglia e la scagliò contro una parete laterale. Esplose di rumore vetroso, prima che il muro s’imbrattasse di rosso.
Il vecchio si sporse verso l’oste e disse, questa volta a voce più bassa:
– Dammene uno più grande e stappalo davanti a me.
L’oste fece come richiesto.

Io mi trovavo dal dentista, in quel momento. Stavo sulla poltrona girevole, la testa leggermente reclinata indietro. Infilati tra labbra e denti, avevo dei cilindretti di garza. Tenevo la bocca piuttosto aperta e, un tubicino agganciato a U sulla mandibola, mi spruzzava dentro aria umida .
Il dentista, invece, era di fronte alla finestra aperta e stava con le braccia conserte mentre guardava fuori. Io lo vedevo di tre quarti. Il sole gli batteva addosso così forte che sembrava causargli un riflesso argentato sulla fronte.
Aspettavo proseguisse il suo intervento al mio interno ma lui non si muoveva. Strizzò gli occhi una volta, un’altra si strofinò il collo con un dito, sempre guardando fuori.
Che stava guardando? Cominciai a sentire un intorpidimento all’emisfero meridionale della testa.
– Gh! – dissi.
Il dentista si girò piano verso di me, poi si avvicinò e guardò nella mia bocca. Mosse un paio di volte il tubicino dell’aria umida e tornò alla finestra senza dire nulla. Stronzo.
Ero inquieto. Il soffitto era troppo alto e sembrava fosse stato appena imbiancato ma un’imbiancatura di trent’anni prima. Cominciai a memorizzare la crepa che lo attraversava per almeno due metri.
Poi feci una cosa azzardata. Toccai il tubicino di gomma. All’inizio solo con due dita ma poco dopo presi a schiacciarlo ad intervalli, interrompendo in quei tratti l’afflusso di aria umida nel mio cavo orale. Finché non lo tolsi del tutto dalla bocca, mi alzai e raggiunsi il dentista alla finestra.
Lui non si mosse. Iniziò a parlare piano, senza emozione.
– Non trova che, questo paese, visto da questa finestra…
S’interruppe e guardò fissa la mia bocca.
– Apra.
Ubbidii e lui ficcò un dito dentro per sistemare meglio i cilindretti di garza.
– Non si muova. – intimò.
Partì in direzione del cassetto ferri e tornò con alcuni attrezzi tra le mani.
– Apra bene, più che può… ecco… così…
Iniziò a praticarmi l’intervento davanti alla finestra spalancata, entrambi in piedi. Quando toglieva le mani per qualche istante, sentivo il sole che mi scaldava la lingua.
– Lo sa? In questo momento mio padre, oppure il suo, sta creando scompiglio nel bar in cima al paese.
Lo guardai, obliquo, cercando di dare alla mia bocca aperta una forma a punto interrogativo.
– Suo padre va al bar nei giorni pari o dispari? – proseguì il dentista armeggiando – Oggi è dispari, per esempio.
– Ghrlg… – risposi senza capire.
– Mi pare che lei non sia al corrente dei fatti. La trovo una cosa difficile da credere. – si staccò dalla mia faccia per un attimo senza togliere lo sguardo dalla mia dentizione – Temo che dovremo devitalizzare. Ora le praticherò un’anestesia. Rimanga lì un istante.
Si allontanò ancora una volta e rimasi solo di fronte alla finestra, cercando di mettere a fuoco quali fossero i giorni in cui mio padre andava al bar.
Quando tornò, reggeva un piccolo sgabello con una mano e una siringa con l’altra. Sistemò lo sgabello ai miei piedi e vi salì, poi mi spostò il labbro e, dall’alto, iniziò ad iniettarmi il liquido intorpidente nella gengiva.
– Scommetto che non si ricorda se suo padre va al bar nei pari o nei dispari. In effetti, l’ho scordato anche io, riguardo al mio. – si fermò e mi guardò fisso – Una volta lo sapevo, però. Sono passati parecchi anni da allora.
Pensai. Mio padre che esce di casa e va al bar. Migliaia di volte, alle ore più varie. Ma non tutti i giorni.
– Mi sembra parecchio strano che lei non lo sappia. I nostri due padri, da quarant’anni, vanno al bar a giorni alterni. Per non incontrarsi.
Sentii che l’anestetico cominciava a farmi perdere contatto con i fasci nervosi della mascella.

Dall’ingresso dell’osteria apparve un secondo vecchio. Camminò in silenzio fino al bancone, senza guardare nessuno, e si sedette. Appoggiò sul piano un braccio e si girò di un quarto verso l’esterno. Vide l’altro vecchio, a un metro da lui, che stringeva con la destra un fiasco di media grandezza e con la sinistra il forcone, mentre lo guardava beffardo. Sul volto del vecchio appena entrato passò la sorpresa dell’invaso e, subito dopo, la constatazione.
– Tu.
L’altro annuì piano e non si mosse. Il nuovo vecchio, invece, si alzò e uscì dall’osteria. Rientrò dopo qualche istante, reggendo anche lui un forcone da fieno. Tornò a sedersi al bancone e si rivolse all’oste.
– Un fiasco di vino, per piacere. Più grande di quello che ha dato a quello lì. Vorrei che lo aprisse davanti a me.
Riprese a guardare l’altro vecchio. Si fissarono per un tempo interminabile, un’alternanza di quarant’anni che rimbalzava da un occhio all’altro.
Quando l’oste gli mise di fronte il fiasco, osservò con attenzione il procedimento di stappo, poi afferrò la bottiglia aperta e tracannò un lungo sorso. Lo stesso fece l’altro con il proprio fiasco. Al termine della bevuta, appoggiarono le bottiglie impagliate sul bancone e tornarono a fissarsi.

Di fronte alla finestra, il sole iniziò ad imperlarmi la fronte di sudore. Una parte della mia testa era totalmente insensibile e invasa da bastoncini di ferro assortiti che mi scavavano. Un’altra, sofferente del calore di luce naturale.
Il dentista agiva sul mio piano fisico. Ma, mentre parlava, apportava modifiche anche al tessuto immateriale dei miei ricordi.
– Durante gli anni cinquanta, i nostri padri erano molto amici. Mi accorgo oggi che lei non lo ha mai saputo. Io la storia la conosco, invece.

Storia dei nostri due padri
Durante gli anni cinquanta, mio padre e il padre del dentista, erano molto amici. Lavoravano insieme, nei campi, uscivano insieme la sera, dopo il lavoro. Condividevano tutte le esperienze principali, si trasmettevano le malattie come gli infanti, erano partecipi dei mali e dei godimenti reciproci. Persino le donne, in qualche modo, erano coinvolte in quel patto di condivisione e si trovavano ad essere legate a uno dei due, all’indomani di una storia d’amore con l’altro.
Sul finire di quel decennio, entrambi si fidanzarono, ognuno con una donna diversa, della quale erano completamente innamorati. Accadde più o meno in contemporanea, quasi che l’empatia che legava i due amici avesse delle scadenze gemellari. Il contratto di amicizia, in concomitanza di quell’evento, si estese alla non condivisione delle proprie neo fidanzate.
Cominciarono a domandarsi in silenzio chi dei due si sarebbe sposato per primo o se, addirittura, il caso non avrebbe fatto coincidere la scelta per la data delle nozze.
Una sera, nell’autunno del ’59, si trovarono all’osteria in cima al paese, come spesso accadeva durante la settimana. Si sedettero al bancone e iniziarono a manifestare la loro intenzione di sposarsi non più tardi della primavera seguente. L’oste, per festeggiare, andò nel retro e tornò con un grande fiasco di vino. Mio padre e il padre del dentista iniziarono a bere, in preda al festeggiamento e sentirono la felicità del futuro che se ne andava per le vene sotto forma di uva fermentata. Andato e tornato con un’altra bottiglia, l’oste chiese loro se per caso non si fossero mai scambiati anche queste fidanzate, in qualche occasione condivisoria. I due amici saltarono entrambi dalla sedia, indignati e risposero che, anche senza scambiarsi le donne di cui erano innamorati, stavano comunque vivendo la stessa esperienza amorosa. L’oste rimase deluso dalla spiegazione e decise che era ora di chiudere il bar per la notte.
Usciti in strada, ondeggiando per la quantità di vino ingerita, i due amici camminarono senza dire nulla per una parte del tragitto. Entrambi erano stuzzicati dallo stesso pensiero. A un certo punto si fermarono insieme e, senza bisogno di parlare, si intesero al volo. Poi giurarono vicendevolmente di trascorrere una ed un’unica notte d’amore con la fidanzata dell’altro, dopo di che, non avrebbero più sconfinato in quel territorio che sarebbe diventato inviolabile per sempre.
Pianificarono la cosa per la settimana successiva e si lasciarono con una stretta di mano.
Nei giorni seguenti, l’atteggiamento di totale devozione per la propria futura moglie non cambiò neppure di un gesto, innamorati senza condizioni e desiderosi di dare amore completo.
Arrivò il sabato programmato. Come da patti, ognuno dei due amici, invitò a cena a casa propria la fidanzata dell’altro. Conversarono circa il futuro, raccontandosi i progetti del dopo matrimonio. Finito di mangiare, partirono con un leggero massaggio al collo delle ragazze, le quali chiusero gli occhi e lasciarono che l’amicizia dei loro uomini si completasse quella notte, con la loro partecipazione.
Trascorso il fine settimana, i due amici si strinsero di nuovo la mano, rinnovando il loro accordo di rispetto dei confini familiari. Se non che, trascorsi alcuni giorni, una delle due ragazze scoprì di essere in attesa di un figlio e non ebbe dubbi che il proprietario del seme fosse il suo ospite di qualche sera prima.
Quando comunicò la notizia al proprio fidanzato, quest’ultimo impazzì di dolore e corse via da quella casa pieno di disperazione.
Anche l’altro, saputo che sarebbe diventato padre con la persona sbagliata, crollò in un dispiacere inconsolabile. Fu costretto a modificare immediatamente i suoi progetti di vita futura e a organizzare un rapido matrimonio con la fidanzata del suo amico di sempre, il quale, non solo non intervenne alla cerimonia, ma non volle neppure più vedere nessuno di loro.
Il novello sposo, però, era ancora profondamente innamorato della donna che era stato costretto ad abbandonare, così, un mese dopo le nozze, cercò di contattarla. Non appena lo vide, lei cominciò a tempestargli il petto di pugni e singhiozzi ma poi si avvinghiò addosso a lui come un rampicante selvatico. Lei accettò di rivederlo e decisero di incontrarsi ogni quattro o cinque giorni, in totale clandestinità .
Anche l’altro non riusciva a dimenticare la donna perduta. Pensando a quel ventre gravido che aumentava di volume, non seppe trattenere l’amarezza. Andò a proporre il matrimonio all’ex fidanzata del suo amico di un tempo. La giovane rifletté per qualche giorno. Rivide il suo amante un’altra volta e infine accettò, mettendo fine ai rapporti illeciti con l’uomo che amava.
Si sposarono in fretta e, nel giro di venti giorni, la giovane sposa era già in attesa di prole.
I due uomini passavano le giornate a maledire tutto quanto avevano perso e tutto quanto avevano appena guadagnato ma soprattutto l’oste che li aveva fatti bere così tanto, quella sera. Arrivarono a sospettare che li avesse drogati entrambi, dato che era tornato due volte dal retro con fiaschi già stappati.
L’oste, nel frattempo, era morto di cirrosi ed era stato rimpiazzato dal figlio. Il nuovo gestore del bar, una sera, ricevette una visita da uno dei due ex amici che gli comunicò la sua intenzione di frequentare il locale, da quel giorno, solamente nelle date dispari. Chiese anche di riferire all’altro, quando fosse apparso lì, il suo progetto di calendario presenze all’osteria.
Fu così che, per i quarant’anni successivi, i due frequentarono lo stesso bar senza mai incontrarsi.
Seppero a turno, dai clienti, della nascita del figlio dell’altro. Uno dei nati era il dentista. L’altro, io.
Storia dei nostri padri, fine.

– Abbiamo quasi finito, qui. – il dentista scrutò il suo lavoro dentro di me – Ora faremo un po’ di pulizia e poi, a posto.
Da lontano si sentì una sirena in avvicinamento.
Il dentista mi prese la mascella e mi costrinse a guardarlo. Sentii le sue dita stringere nonostante l’anestesia.
– Lo sa cosa c’è di buffo? Metà di quello che è lei sarei dovuto essere io. E lo stesso vale per me. Metà di lei e metà di me sono una persona che non è mai nata. E le metà rimanenti, un’altra persona, anche lei mai nata. Siamo due esseri mescolati in altri due.
La sirena aumentò d’intensità, anzi, era un gioco di sirene, due sirene che si confondevano tra loro ad intermittenza. Sotto la nostra finestra sfrecciò una volante della polizia, seguita a breve distanza da un’autoambulanza. Il dentista scosse la testa brevemente.
– Sua madre è morta due anni fa, vero? – non attese risposta – La mia, invece, la scorsa settimana.

Fuori dall’osteria si era appena radunata una folla di curiosi quando arrivarono le forze dell’ordine.
Dopo qualche minuto uscirono gli infermieri trasportando una barella. Sopra era steso un vecchio sanguinante. Nel suo addome era conficcato un forcone da fieno.
Subito dopo, spuntarono i poliziotti che tenevano per le braccia un altro vecchio. Gli abbassarono piano la testa e lo introdussero nell’auto. Volante e autoambulanza ripartirono senza azionare le sirene.

Il dentista mi accompagnò fino alla porta.
– In questo momento, uno dei nostri due padri è stato ucciso dall’altro. – indicò fuori – Non è un caso che le abbia dato appuntamento oggi.
Mi guardò molto intensamente.
– Però, vede, fatta così, questa cosa non ha senso. Non completamente. Dobbiamo mettere ordine, lei ed io. Lei od io. Perciò mi deve fare una promessa. Anzi, dobbiamo fare un patto.
Rimasi fermo, in attesa, appena fuori dallo studio.
– Quale che dei due padri sia sopravissuto, deve raggiungere l’altro. Se sarà il mio, ci penserò io. Se sarà il suo, starà a lei.
Immobili e con i nostri componenti organici rimasti senza un’appartenenza precisa, guardai il naso del dentista e mi chiesi come sarebbe stato sulla mia faccia.
– Avanti. Prometta.
Lo fissai ancora per trenta secondi poi gli strinsi la mano. Eravamo quattro metà che si toccavano. Non sapevo più se avrei ritratto le stesse dita di prima, da quella stretta. Oppure, l’indomani, sarei stato in grado di effettuare otturazioni.
– Non mi ha ancora detto cosa le devo per l’intervento. – finalmente, svuotata la bocca da tutte le attrezzature, ero in grado di dire qualcosa.
Il dentista fece un sorriso misto e si chiuse la porta alle spalle.

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