Un generazione caduta a via Caetani

09.05.04
Liberazione
Una generazione caduta a via Caetani – Tonino Bucci

Intervista a Giampaolo Spinato, autore di un romanzo sulla vicenda Moro ucciso 26 anni fa

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Il nove maggio di ventisei anni fa il cadavere di Aldo Moro veniva ritrovato – dopo 55 giorni di prigionia nelle mani delle Br – nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani, a metà strada tra Piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure. Da allora la vicenda dello statista democristiano e, più in generale, del terrorismo degli anni ’70 è stata indagata sotto molti profili, a partire da quello giudiziario e storiografico fino al linguaggio cinematografico. Mancava, invece, un lavoro letterario, almeno fino alla pubblicazione del romanzo di Giampaolo Spinato, Amici e nemici (Fazi Editore, pp. 224, euro 14,50).

Può un romanzo, in questo caso, evitare di affrontare gli interrogativi di una vicenda ancora incompleta sul piano della ricostruzione storica?

Il romanzo non c’entra nulla con tutta la pubblicistica storiografica. Ho fatto una scelta precisa. E’ un gesto espressivo con il quale vorrei rivendicare alla letteratura uno spazio nuovo, altro dalla storiografia e dal giornalismo, in cui dire qualcosa di aggiuntivo. Anche il cinema, di recente, ha tentato di raccontare la vicenda Moro e, tuttavia, non credo che il suo linguaggio sia adatto a parlare di quella tragedia – semmai potrebbe essere trasposta nel linguaggio teatrale. Ora, si può fare un lavoro letterario su qualche cosa che non è ancora definita dal punto di vista storico? Io non ho una ricetta, però questo libro contiene dentro di sé e problematizza anche le domande lasciate aperte, qui trovano posto anche i giudizi storici, sociali, politici, le ipotesi, i sospetti, le cose chiarite, le sentenze politiche già date, dalla storia e dalla giustizia umana, e quelle non ancora pronunciate. Alcuni capitoli descrivono le “stanze del segreto”, sono riportati nei dettaglio i piani andati a monte, i piani di liberazione prefigurati e poi mai messi in atto, le lacune, le figure più o meno compromesse con il potere che partecipano a questo strano intrigo, un doppio, triplo, quadruplo Stato. Pur non volendo dare risposte definitive, è un romanzo, quindi, che accoglie tutte le domande aperte, senza alcun approdo consolatorio.

L’elemento forte del romanzo è la situazione vissuta da uno degli appartenenti al commando brigatista, il “comandante Leto”, ferito durante l’agguato di Via Fani e fatto prigioniero da un misterioso personaggio della destra eversiva…

E’ il motivo che caratterizza il romanzo e dal quale non potevo prescindere: il diventare ostaggio proprio di ciò che si crede di combattere con la scelta del terrorismo. Si diventa uguali a quelli che si dice di voler abbattere, si cade preda dello Stato borghese. E si scopre che, nel suo delirio, il nemico, l’eversivo di destra, dice anche delle verità . E di fronte a questo meccanismo, al comandante Leto non resta che il silenzio.

E’ un meccanismo più sottile rispetto alle tesi semplici dell’autonomia del terrorismo o, al contrario, del complotto dei servizi segreti. L’atto con cui i terroristi combattono il nemico è anche l’atto che li consegna nelle mani del nemico. E’ così?

E’ proprio questo che vorrei riuscire a dire. Qualsiasi gesto terroristico produce il suo esatto contrario- questo è vero anche storicamente. Se si vuole disarticolare lo Stato con quei mezzi, allora lo Stato si irrigidisce e assume quella fermezza che abbiamo visto. Le Torri gemelle sono state una cambiale che ha consegnato il mondo per i prossimi cinquant’anni in mano al predominio americano. Ma, ancora più sottilmente, ci si consegna a un meccanismo che porta oltre il proprio sé e che costringe il terrorista al silenzio, alla rimozione, all’indicibilità della propria tragedia.

In che rapporto sta la vicenda Moro, con tutte le sue implicazioni, con quella storia oscura dell’Italia che parte da Portella della Ginestra e attraversa l’intera stagione dello stragismo?

Chiude il cerchio con tutte le altre stragi non ancora chiarite. Ritenevo urgente questo lavoro proprio perché un Paese non può non assumersi le responsabilità . La tragedia Moro ha fatto cadere vertiginosamente tutti i suoi protagonisti. Un’intera generazione di giovani è stata schiacciata sotto il suo peso, mentre per il ceto politico parlerei persino di un’onta.

C’è, addirittura, un’analisi linguistica del potere, dei suoi codici e comportamenti…

Ogni storia ha la sua lingua e ogni lingua ha la sua storia. La lingua del romanzo è frastagliata, fratturata, rotta, corale, deve contenere in sé tutte le lacerazioni di quella vicenda senza cadere – ripeto – in soluzioni consolatorie. C’è un certo atteggiamento che troppo frettolosamente si lascia alle spalle quel percorso, confondendo il riconoscimento degli errori del passato con una forma definitiva di pacificazione – un atteggiamento comune ad ex esponenti delle istituzioni del tempo quanto ad ex terroristi. La pacificazione non si fa così. Il problema è che una tragedia così grande deve essere atrtraversata fino in fondo. E’ ora che questo paese, nelle sue stesse istituzioni, riconosca finalmente che abbiamo vissuto per decenni una sovranità limitata. Bisogna andare fino in fondo. Il trauma può essere anche fonte di una nuova vitalità . Ma, purtroppo, ogni volta che un magistrato rivela qualcosa viene subito messo a tacere.

Oltre a questa rimozione del passato storico, lei affronta anche un altro aspetto: la relazione tra lo spazio simbolico di una generazione – il desiderio di un mondo migliore – e il passaggio alla violenza. E’ così?

Ho indagato lo spazio tra l’utopia e il il terrorismo, tra il simbolico e l’azione. Il passaggio alla clandestinità è stato per molti un passo da adolescenti, in una condizione borderline. L’adolescenza è, per natura, rabbia, desiderio, frustrazione. Oggi si è dimenticato che allora c’era uno Stato repressivo che aveva iniziato nel 1969 la famosa strategia della tensione – dico questo non per giustificare il terrorismo, ma per comprendere quanto accaduto. Negli anni ’70 quella situazione al limite, borderline, foriera di cambiamenti, è caduta, invece, verticalmente nel terrorismo. Credo che oggi sia più che mai attuale parlare delle nostre frustrazioni, della rabbia, del nostro malessere nel mondo, e di come si possa passare dal simbolico all’azione. Oggi è il mercato a espropriare il sé, a risucchiare nel consumismo la sfera del desiderio e delle relazioni.

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Amici e nemici

Presentato anche alla Fiera del libro di Torino l’altro ieri, “Amici e nemici” non è il primo lavoro di Giampaolo Spinato sugli anni Settanta. In passato ha già pubblicato “Il cuore rovesciato” e, successivamente, “Di qua e di là dal cielo“. Non è nuovo il personaggio chiamato “comandante Leto”, che in “Amici e nemici” gioca un ruolo di primo piano: è uno degli appartenenti al commando dei brigatisti che viene sequestrato da un eversore di destra. Nel romanzo ci sono diversi capitoli che parlano del potere, delle stanze della politica, e nei quali vengono ripresi alla lettera documenti dell’epoca, come, ad esempio, i discorsi parlamentari dell’epoca. Le lettere di Moro sono, invece, completamente riscritte, ma “con l’intenzione di scoprirne il senso”, spiega l’autore.

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