Solidarietà

(Linus, 1994)

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Non credo nella parola solidarietà. E’ una bandiera ideologica stinta, retorica, consolatoria. E’ equivoca, tradisce la falsa coscienza di una mentalità concessiva, una mistica della donazione, della gratuità, vicina all’ipocrisia dell’espiazione. E’ un derivato della filantropia, cioè di un modo autoritario di guardare gli altri, quello di chi si pretende dalla parte del bene e, generosamente, ne elargisce le briciole, gli assaggi.
Non credo nella parola solidarietà perché credo che le parole ci rappresentino e non riesco a pensare che, in assenza di alternative alla Società di Mercato, ci si voglia raccontare favole così grossolane. Solidarietà con chi? Perché? Chi non ha come può dare? E chi ha perché dovrebbe condividere? Lo so, sono discorsi da bar. E’ raggelante egoismo. Ma è a queste domande che bisogna sapere rispondere con parole, argomenti meno aleatori. Se la risposta è quel cofanetto di etica dei buoni propositi (solidarietà, eguaglianza…), quelle domande, comunque senza risposte, restano l’anticamera dell’intolleranza.
Non credo nella parola solidarietà perché non mi convince. Fa leva su un altruismo che, non a caso, la conservazione pospone alla creazione di benessere e sovrappiù da elemosinare. Non vogliamo condizioni di vita migliori per gli immigrati perché siamo buoni, ma perché dalla loro condizione di vita dipende anche la precarietà o la serenità della nostra. Non vogliamo un intervento dello Stato a favore dei minatori perché ci commuovono ma perché l’arroganza del liberismo non può spingersi fino all’idiozia di togliere reddito a fette sempre più larghe dell’utenza del suo stesso Mercato. Non richiamiamo l’attenzione sul volontariato per celebrare lo spirito di sacrificio ma perché il volontariato è una vasta area di precariato, un mercato del lavoro parallelo, in cui, a gratis, spesso si costruiscono nuove professionalità, si avviano iniziative imprenditoriali che reclamano un riconoscimento dal Mercato che li tiene ai margini, tra semiclandestinità e sommerso.
Solidarietà è parola troppo paternalistica, troppo fragile per contenere tutto questo. Comunque, non può fondare un’alternativa. E non rende neppure ragione del principio di piacere, del vantaggio immateriale, del godimento che, spesso, spiegano ed esaltano quelli che sembrano gesti gratuiti. Solidarietà è parola di vinti, perdenti, fa leva su sensi di colpa. Non spiega che l’integrazione razziale e la regolamentazione dell’immigrazione è compra-vendita di pace sociale e cultura; non dice che i miliardi di contributi previdenziali destinati alle fasce più deboli sono distribuzione del potere d’acquisto organica all’economia di mercato e non mera assistenza. Se niente di ciò che siamo e desideriamo si pone davvero fuori dal Mercato facciamo almeno vedere su cosa investiamo non su cosa piangiamo. Non ci sarà più bisogno, per un voto in più, di ritoccare il cartellino dei prezzi che siamo disposti a pagare per ciò in cui crediamo.

(giampaolo spinato & big werr)

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