Santo Spaccia

di Fabiano Alborghetti

[questo testo è stato letto da Fabrizio Pagella al Teatro Out Off il 15 marzo 2004, nel corso della Serata Bartleby di Città in Condominio, seconda edizione]

***
“Che pasta c”hai?”
Diciassette, diciotto anni, ben vestito, alla moda. No, non alla moda. Trendy. Si dice Trendy. Particolarmente stronzo, figlio di papà.
Saltellava da una gamba all’altra, molleggiato, sciolto. Mi agitava le mani davanti come un Gangsta-Rappa. Yo Yo.
Agitava le mani…
Cazzo yoyi. Stai fermo che mi agiti.
Cosa Gangsti. Sei nato a Gallarate, magari da genitore bene. Vivi sul Corso.
Mica vieni da Philadelphia, figlio di una nera, commessa con la fatica cicatrizzata sulla pelle e la rassegnazione siringata negli occhi.
Mai mosso un dito, te. Zaurro.
“Che pasta c’hai tipo…Pregio o Maroccanza?” Insisteva.
“Pregio” rispondo io, mentre dal tascapane indiano tiro fuori il pacchettino bello, di stagnola.
“Dammene uno scudo”, dice zampettando.
Uno scudo…che Pregio vuoi avere per uno scudo…
“Aria !!! Rebbongia! Per uno scudo l’unico Pregio che ti posso dare e’ l’idea”.
Parlando avevo rimesso il tocco di stagnola nel tascapane. Con attenzione. E mi ero voltato per andarmene.
Lo zaurro di Gallarate con i capelli sparati in aria con il gel aveva esitato.
“Oh! Tipoo..Io t’ammazzo. Cioe’ tu non ha capito. Cioe’ hai capito no?”
E sempre saltellando da una gamba all’altra si era aggiustato gli occhiali da sole mooolto Roberto Cavalli per poi guardarmi con l’aria da uomo. Yo Yo…
Mi ero fermato e lentamente mi ero girato per guardarlo.
Ero li li tra il mettergli una mano sul collo – una sola – ed alzarlo da terra – per sentire il crick delle ossicine o rispondere.
Risposi.
“Il minimo e’ 20”
“Minchia tipo. 20 euro? ‘Cazzo vendi?”
“Non roba da robbosi”
Lo zaurro esitava. Troppo. Poi semplicemente se ne ando’, zompando in sella al motorino sgasando via.
Guardai l’ora sul Patek, piattissimo, d’oro. Tardi. Erano gia’ le 16.45 e con il traffico avrei fatto tardi al lavoro.
Mi incamminai verso l’auto posteggiata piu’ in la.
Era stata una buona giornata. Finita tutta la ganja, rimasto pochissimo polline ma la crema, la cremina bella era stata praticamente brasata nei primi 5 minuti. Il mappone di euri pesava in tasca. Proprio una buona giornata!
Stasera dopo lavoro devo telefonare all’Albanese per il carico.
Albanese non era, chennesò…kossovaro, croato….Vestito male….

E quei capelli anni ’70?
Glielo avevo anche chiesto.Ma chi ti taglia i capelli? Mai una volta che facesse una risata. E poi era lento a tirar su la Ganja. Ma piantane di più. E lui niente! Che poi il prezzo cade. Però aveva dei ganci pazzeschi. Trovava tutto.

Al solito, la tangenziale era un carnaio ed erano gia’ le 18. Ecco, prossima uscita. Rallentaaa…Telepass. Via!
Dal casello in solo 15 minuti sono al lavoro. E vaiii.
Già le 18.20. Posteggio veloce.
Entro dal retro come sempre, mi infilo il camicione dalla testa e mi sistemo il colletto.
Il tascapane va nell’armadio, dietro i libri. Che poi qui non controlla nessuno ma meglio esser sicuri. Per questo la chiavetta sta appesa al collo. Per essere sicuro.
Le scarpe nere ci sono – con quello che costano le Pollini – .
Via l’orologio che va nel cassetto della scrivania. Il tictac mi rende nervoso sul lavoro e stona nel silenzio. E poi ho un lavoro che va fatto con calma.
Due palle, tutti i giorni il solito blabla. Anche oggi quattro gatti a bausciare per tutta la manfrina. Ma come si fa? Ma non vi annoiate mai? Ma sono duemila anni che si replica…
Pronto! Gli ultimi tocchi e poi dentro..
Vedendomi, tutti si alzano in piedi tra fruscii di abiti ed il rumore delle panche di legno. Due passi e hop, sull’altare.
Ad te, domine, levavi animam meam. Deus meus in te confido…
La solita nenia in latino che va ripetuta. Il solito ambaradan davanti a tuuutti questi occhi…
.Bravi, bravi, lavatevi la coscienza. Domani da capo, mi raccomando, che son qua io sempre a perdonare.
Io… vabe’, lo faccio io per Lui ma tanto il perdono c’e lo stesso…
Gli abiti a strati mi danno un po’ fastidio. I paramenti scivolavano un pochetto dalle spalle però è bello stare quassù sulla gente.. E il posto è fico, tutto affreschi e marmo.
Se non fosse che ci lavoro qui, tutta stà bella robetta si venderebbe come il pane.
Va che bello, son qui tutto stirato e bianco, con i miei oggettini sull’altare, le manine fatte sventolare solenni verso il nulla… Rimettiamo i peccati del mondo, va’!
Forza!
Solo un oretta di litanie e preghiere, poi la messa serale e a nanna.
Ah! Devo ricordarmi di chiamare l’Albanese. Mi serve una panetta di nero. Che domani c’e’ anche il giro davanti alle scuole.
Amen

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