Pensieri e ipotesi nei giorni di Moro

28.05.04
La Provincia di Como
Pensieri e ipotesi nei giorni di Moro – Andrea Giardina

Il delitto Moro può essere raccontato più che spiegato. Le nostre insufficienze, i limiti consueti posti da fatti che ci sono troppo vicini, ma anche l’insopportabile peso di ogni pretesa “verità “ rendono piuttosto indigeste le “spiegazioni”.
I romanzi invece tendono a fare altro (non tutti, è ovvio): a ricostruire fisionomie umane, a suggerire pensieri e sentimenti, a stabilire relazioni tra avvenimenti distanti, a tracciare ipotesi senza doverle passar per vere. Così, vivendo nella mobilità e nella provvisorietà “possibile”, i romanzi talvolta centrano l’obiettivo di tener viva l’attenzione, di dirci che quanto sappiamo è sbagliato, che ci sono cose che non sappiamo e forse sarebbe meglio sapere. Amici e nemici di Giampaolo Spinato riesce in questo. Parlare (in modo talvolta convulso e disordinato, talvolta sobrio e misurato) dei cinquantacinque giorni del rapimento Moro e della sua morte, parlare di una generazione di giovani cresciuta in quegli anni tra voglia di credere in qualcosa e paura di farlo, parlare di un possibile complotto in cui le Brigate Rosse e il terrorismo di destra altro non sono stati che strumenti – più o meno volontari – al servizio del potere, che non è mai quello ufficialmente presente nelle “sedi istituzionali”.
Non so da dove Spinato – che nella vita fa anche il giornalista – abbia recuperato l’idea forte che sorregge il libro, cioè che uno dei terroristi rossi presenti al momento dell’agguato sia stato prelevato la un commando di destra, manovrato dai servizi segreti.
Non so se lo abbia inventato oppure lo abbia pescato in quel calderone di voci che circolano attorno all’avvenimento. Così come non so chi si celi dietro lo pseudonimo di Comandante Leto (il brigatista rapito) e chi sia quello di destra (anche se in effetti i recensori hanno voluto dare dei nomi “veri” sia all’uno che all’altro). Ma qualsiasi sia il coefficiente di veridicità dell’episodio, quanto è certo è che è capace di produrre quell’effetto noto col termine di “straniamento”: si presenta un evento consueto secondo modalità del tutto inedite e chi legge o osserva si trova spaesato, privato com’è dei consueti percorsi mentali. Mescolando il piano della verità e della verosimiglianza, alludendo, dicendo anche senza sembrare di farlo, Spinato rende comunque evidente che l’operazione Moro è frutto di una combinazione di volontà in cui i brigatisti ricoprono un ruolo che è decisivo ma nello stesso tempo marginale. Moro è stato tolto di mezzo per quanto stava facendo in politica interna ed estera, per i suoi contatti con la sinistra e con paesi estranei alle amicizie americane. Le Brigate Rosse sono state lasciate fare. Se si sapeva che il presidente della Democrazia Cristiana era nel mirino, non si è fatto niente per evitare che il fatto sì verificasse.
Del resto la stessa chiusura totale nei confronti di una qualsiasi trattativa dallo scambio di ostaggi al riconoscimento della “lotta armata” – più che “linea della fermezza”, emerge ora come “linea della condanna”. Così come Spinato ben evidenza i “buchi”, le “omissioni”, e le inspiegabili assurdità delle indagini, condotte con capillare puntiglio ovunque tranne che dove realmente dovevano essere indirizzate (si veda il noto caso di via Gradoli – nel romanzo diventata via Gradi). Insomma, il potere ha tolto di mezzo l’ostacolo che lo infastidiva. Visto in quest’ottica, il caso Moro diventa un’altra cosa. E qui ad interessare però non è più il fatto politico in sé, ma quello universalmente umano. Moro assume i tratti del personaggio da tragedia. La sua solitudine, i suoi pensieri, le sue lettere alla moglie e ai compagni di partito, la sua stessa morte acquistano lo spessore di un simbolo. Come il Moro di Sciascia, il Moro di Spinato è la vittima sacrificale. Su di lui il destino si è già richiuso, sin dall’inizio del dramma. Non si avvertono possibilità, non esiste la via d’uscita. Almeno, a questo livello. Perché Spinato aggiunge un ingrediente al suo libro: le giovani generazioni, i ragazzi che erano adolescenti negli anni Settanta, quelli cresciuti a suon di collettivi nelle scuole, di impegno politico e di feroci discussioni. Lo fa proponendo la storia dell’amore che nasce tra i banchi di scuola tra Irene, leader scolastica delle femministe, e Telonius, ciellino transfuga. Nessuno come loro, per una via che si può dire impressionistica, riesce a capire che in gioco ci sono forze che non si vedono. E in loro rimane quella riserva di vitalità che altrove l’omicidio di Moro sembra aver azzerato. E’ una frase di Telonius a spiegarlo: “Non si può vivere senza un sogno”.
Cioè il potere non può distruggere il desiderio di progettare mondi nuovi. Ma la storia, come si sa, ha voltato pagina. Ci sono stati altri tempi, altri desideri, altri giovani, che hanno cominciato a sognare meno.

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