Note sparse sull’Anima

Note sparse sull’Anima


La paura mangia l’anima (Fassbinder) nel senso che tutte le volte in cui facciamo anche per pochi minuti esperienza del nostro io più reale, animico, appunto, un esercito di altri Io, provenienti dai centri inferiori, si mobilita per attaccare, svilire e boicottare quell’esperienza: sono le nostre false personalità e si fondano sui centri emozionali ed intellettivi inferiori.

La nostra macchina funziona così: a partire dai sentimenti, gli ingranaggi cercano di impedire il risveglio del Sè.

Occorre aggirare la mente, guardarsi da fuori.

Non parlo in termini fideistici di questi movimenti essenziali. Non ho fede e non aderisco a chiese. Cerco solo di conoscere pagando i prezzi che costa questa conoscenza.

Dunque, la ricerca dell’Anima non è per me reclusione o eremitaggio, nirvana, insomma separazione dall’esperienza. Anche quello è illusorio, se non addirittura stupido, anche se posso capire che vi possano essere persone a cui quel livello basta.

Questa ricerca passa dall’esperienza, nella realtà e anche nei sensi, negli strappi e nella gestione trasformativa della sofferenza.

La sofferenza (di cui parlo anche qui, in un articolo per Linus del 2008, scritto dopo la morte di mia madre) la sofferenza, dicevo, non la morte è l’ultimo tabù della civiltà occidentale. La morte è ormai esorcizzata in tutte le salse in un’oscena, stucchevole e ripetitiva rappresentazione tesa alla sua rimozione per consolidare quotidianamente il consumo dell’esperienza come unico principio di vita.

La sofferenza è un tabù esattamente come lo è, per motivi opposti, la gioia, la felicità e il piacere. Entrambi questi due stati si radicano in esperienze concrete, con dati sensibili e incontrovertibili, ma l’esperienza che ne facciamo è di sostanziale straniamento. Le false personalità attribuiscono alla sofferenza uno statuto di grevità che non concepisce il contenimento e la trasformazione. Quando soffriamo, e stiamo male davvero, il primo istinto è la fuga, la rimozione.

Al contrario, la gioia, nell’esperienza della passionalità e dell’innamoramento, per esempio, istituisce un’apparente sensazione di benessere su cui ci gettiamo con ingordigia senza cogliere il principio altrettanto straniante in cui l’euforia ci precipita. Da qui deriva quella sensazione di demenza che vena qualsiasi esperienza di innamoramento.

In questa dualità, a cui ci abbandoniamo o lagnandoci (nel caso del dolore) o euforizzandoci (nel caso dell’innamoramento, ma anche nell’uso e abuso di tutti gli additivi sintetici che ci consentono di costruire questo stato) si determina l’espropriazione dal nostro io, la morte dell’Anima.

L’Anima non esiste di per sè, è solo con l’esperienza della nostra vita che possiamo crearla. E il combattimento sottile per questa creazione avviene proprio a partire dalla capacità, dalla vigilanza con cui man mano impariamo a sottrarci dagli eserciti compassionevoli dei nostri falsi io che si rivoltano contro di noi, impedendoci di incontrare il nostro stesso io più reale.

Il primo nemico nella creazione dell’Anima, e cioè nell’adesione al proprio Sè reale, è la reattività mentale dell’immaginazione. Motivi ancestrali, legati alla nostra cultura, alla storia, alla nascita, strutturano una muraglia di interferenze pronte, ogni volta che esperiamo il nostro io reale, a esautorarlo. E’ l’interpretazione che si esercita con accanimento prefigurando scenari, leggendo a ritroso, anticipando i tempi (si sa che il passato e il futuro NON esistono eppure essi sono gli argomenti fondanti su cui basiamo l’autocritica e i comportamenti lesionisti per noi e per gli altri) pur di riprendere il sopravvento e controllare la Macchina.

Funziona esattamente in questo modo: è Meccanica. Si esercita con un fuoco incrociato di rapporti di forza messi in atto con scopi distraenti e distruttivi anche attraverso le lusinghe dello star bene o dell’istintualità, con il risultato di scavare profonde fosse di vuoto che la ricerca costante del proprio Sè dovrà tornare a colmare.

In questa battaglia un ruolo fondamentale lo gioca il cortocircuito di Senso di Colpa-Rabbia. Un binomio che ben si apparenta con la concezione distorta che abbiamo del Male, e della sofferenza che esso cagiona.

G.S

(domenica 14 agosto 2011 alle ore 11.28)

vedi anche: senso di colpa e distruttività

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