La guerra comincia dalla menzogna

sacrilegi
mistica dell’informazione
attacco al cuore del duale

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Sacrilegi – L’abbiamo visto tutti. Lo ‘skyline’
(uso apposta questa parola) notturno di Baghdad rotto dai lampi
intermittenti delle esplosioni, da gigantesche volute di fumo.
Col sonoro che, in postproduzione, alternava il deflagrare di bombe
con le voci eccitate di ‘coraggiosi’ reporter e/o siparietti di musiche
che introducevano fosche dirette e/o differite. Di una cosa è davvero
capace, in certi casi, l’omologazione: suggerire, anche attraverso
le icone più trite, le radici ancestrali del genere a cui apparteniamo.
In quel luogo c’erano, e ancora ci sono, tracce dell’inizio del mondo.
Tutti i distinguo sulle ragioni degli uni (aggrediti) o degli altri
(aggressori) non potranno mai cancellare il senso profondo di quanto
è accaduto: un sacrilegio. Devastare la ‘culla dell’umanità ‘
(uso qui lo stereotipo in quanto marchio indelebile,
inconscio, inciso nei geni) è gesto di portata sacrilega quanto
l’offesa arrecata a un bambino indifeso, a una vita ancora incompiuta.
Non è scelta che si ‘amministra’ coi calcoli, con strategie militari
o perizia politica. Non è necessario essere profeti di sventura
per sapere fin d’ora che un errore di tale portata si paga.
La spirale è già cominciata. (08.04.03)

Mistica dell’Informazione – Al di là dell’oggettivo statuto
di propaganda che mistifica l’Informazione in tempo di guerra,
la “Campagna Irachena”, che sarebbe più giusto chiamare
Seconda Guerra del Golfo, ha spiegato anche a chi, prima della tragedia,
fosse stato “distratto”, la congenita aberrazione di cui si sostanzia
il sistema informativo nella sua coniugazione ideologica,
la forma più (ri)conosciuta e diffusa.
Questo tipo di Informazione ha aspirato (aspira) alla “morte in diretta”.
Che è appunto indiretta. Cioè allontanata, distanziata da un
esorcismo: la “virtuosa” catena produttiva che dalla “cattura”
di immagini al montaggio e alla confezione dei pezzi-servizi permette
di nascondere esattamente quello che pretenderebbe di mostrare,
in questo caso la disperazione, la tragedia, appunto, e la morte.
Questa dinamica, come l’illusione per giorni condivisa di una “guerra
in diretta”, dimostra la fondatezza del giudizio dato all’inizio del
Novecento da S. Kracauer sull’immagine, la fotografia, che non può
che cancellare, appunto, nascondere, quello che si propone di fare
vedere. Lo scopo del baluginio informativo, specialmente televisivo,
non può che essere questo, qualsiasi siano i principi ideali o liberali
con cui si presenta. Il preteso “racconto” della tragedia,
della morte “in-diretta”, spiega proprio questa menzogna. Anche
perché molto presto, lo si è visto, è esplosa nitidamente la
contraddizione. La pretesa-finzione di raccontare la guerra in diretta
si è sbriciolata nella censura quando, di fronte alle immagini “reali”
della guerra (come quelle edite da Aljazeera), il fronte informativo
occidentale, compatto, si è autocensurato, seguendo un codice
dell’osceno che risponde alla falsa buona coscienza dell’essere
“corretto”, “misurato”, “attento”, “etico”, e così contraddicendo
in modo palese il principio su cui l’Informazione pretende di
fondarsi: la ricerca della verità .
Ma chi muore, muore non visto, sempre. La verità
è cosa troppo intima, cruda, spesso scomoda e intollerabile, per
essere davvero alla portata dell’Informazione. E purtroppo, soprattutto,
la verità non sta esattamente nei fatti, ma nei significati di questi. No,
non c’è accredito giornalistico che permetta davvero di accedere
a quelle stanze. Non c’è “registrazione dei fatti”, non c’è
articolo, scoop, inchiesta, servizio che possa dire la verità
che (nel migliore dei casi, visto anche il lugubre ingombro
di sfide competitive che ha caratterizzato molti confronti fra
inviati di guerra) si illude di scoprire. Almeno fino a quando i
loro estensori non vengono colpiti in prima persona: solo allora,
per loro, i colpiti, i morti, i feriti del Sistema Informativo,
tutto barcolla, la verità si appalesa, e l’impresa a cui onestamente
(o cinicamente) partecipavano si mostra per per quello che è, così
come è ora editata e pensata: incapace, al di là dell’esorcismo
spettacolare, di produrre un barlume di senso. (09-10.04.03)

Attacco al cuore del duale – Nel vocabolario
in presa diretta della Seconda Guerra del Golfo
ha prevalso, anche statisticamente, il numero 2. Ha prevalso cioè
il saturo, il perfettamente simmetrico e polarizzato della mente
divisa e “instabile”, incapace di concepirsi generativamente, e quindi
dinamicamente, in un flusso trasformativo. La mente “instabile”,
che ha dominato la rappresentazione della guerra, vive e si nutre
di contrapposizioni che, nella loro ideologica contrapposizione,
leniscono la sofferenza intollerabile dell’assenza di senso e di verità,
con una rassicurante quanto fragile mistificazione della verità .

Alcuni esempi del comportamento linguistico della mente malata e duale,
osservati attraverso le categorie contrapposte e indiscusse adoperate con disinvoltura
nel linguaggio quotidiano dei media:

civile vs militare
– di norma utilizzati per qualificare e differenziare lo stato
individuale (armato o indifeso, in divisa o in borghese, in
servizio o fuori servizio, etc.) questi aggettivi sono invece
serviti a costruire una polarità di masse indifferenziate in
cui si rappresentavano non tanto e non più le Persone, ma
l’ideologia sottostante la qualifica; a seconda dei punti di
vista: il “cattivo” militare o il “soldato salvatore”; il “povero”
civile o, nel caso dei kamikaze, il “civile ingannevole”

innocente vs colpevole
– il cortocircuito di senso del primo caso si amplifica fino
al parossismo nel disinvolto uso stereotipato di queste
categorie contrapposte; utili ad affermare in modo rassicurante
la peggiore delle menzogne; per esempio, che vi siano “morti colpevoli”
e “morti innocenti”, dal momento che di soli “morti”, e dell’insostenibilità
della verità contenuta in quest’unica parola, nessuno è stato in grado di
parlare.

aggredito vs aggressore
– l’uso ideologico del “duale” toglie qualsiasi tridimensionalità
naturale alle cose, alle persone e agli eventi; così, dividendo
il reale e i punti di vista è più facile realizzare la più grande
dimostrazione di debolezza: l’idolatria del rapporto di forza; se
io mi sento aggredito e lo denuncio, senza alcuna elaborazione
della collusione esplicita o implicita che io stesso ho messo
in atto favorendo “quel” comportamento aggressivo, mi garantisco
ideologicamente una giustificazione per la mia reazione; peccato
che il principio, prima o poi, si applichi a entrambe le parti, si
pensi alla parte di “aggredito” giocata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre
e la fragilità del “duale”, la velocità con cui le parti si possono
scambiare, sarà evidente.

Attacco al cuore del duale
Non nella dottrina di “evangelizzazione” democratica o religiosa
risiede una reale possibilità di emancipazione, a quanto pare. Ma
nell’unico luogo in cui è possibile una trasformazione: la lingua.
E il primo gesto realmente trasgressivo è l’attacco al cuore del
“duale” con cui il linguaggio è usato e mistificato. (23.04.03)

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