Il tempo devastato e bile dell’intellettuale della Sinistra Fake

Il tempo devastato e bile dell’intellettuale della Sinistra Fake


Il tempo devastato e bile dell’intellettuale della Sinistra Fake

di Giampaolo Spinato

Forte dell’Auctoritas che si autoconferisce grazie ad un articolo appena pubblicato dall’Espresso – dopo che per settimane si era profuso in svenevoli piaggerie col direttore Marco Damilano – il “consciousness essayst” Giuseppe Genna mi dedica l’ennesima onorificenza.

Con l’imbarazzante deferenza che il più grato dei lavoratori riserva al datore di lavoro visto come un benefattore, stavolta sfodera la sciabola per difendere un discutibile test estivo dello stesso giornale fatto oggetto di critiche.

Qualcuno gli ricorda il gorgo di adolescenza tardiva in cui era precipitato già qualche settimana fa, quando era accorso in difesa di Sandro Veronesi – che osai, ahimè, oltraggiare con una domanda senza riceverne risposta – e Genna in versione paggio mi aggredì e insultò dopo essersi assicurato che non avessi accesso al suo profilo.

Di nuovo, blocca l’account colpevole di tenere traccia delle sue “tolleranti” performance social per solo poi esibire un’acrimoniosa sentenza letteraria sul mio conto:

Negandomi un riconoscimento che non gli è stato chiesto, il brillante autore del giovanile scritto parafrasato qui nel titolo accusa in modo incontrovertibile la vertigine caricaturale in cui sprofonda, destino meritevole di autentica compassione.

La bieca, stereotipata codardia degli intellettuali avvezzi, com’è noto, a diffamare i colleghi – soprattutto quando la disperazione li precipita nel gorgo della patetica competizione che fa sbattere la testa anche contro i lampioni che gli fanno ombra – nasconde però a volte anche amnesie allarmanti.

Si tratta infatti dello stesso Genna che di “Amici e nemici” (il romanzo sul sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, premiato di recente nella versione teatrale) ebbe a scrivere sul proprio blog: “Ne consiglio a tutti la lettura, perché Giampaolo Spinato è un bravissimo scrittore”.

Avendo alle spalle una carriera e pubblicazioni, premi, stampa, lettori ed estimatori che parlano da soli, mi astengo dal controbattere a un giudizio rubricabile fra le stucchevoli liti da cortile con cui il Genna ha una certa consuetudine e non mi abbasso al suo avvilente piano con vendicative rappresaglie sulla sua produzione.

Piuttosto, la domanda è: da dove spurga tutto questo astio? Anche alla luce del confronto precedente (cfr. pic qui sotto), che ha fatto inciprignire Veronesi e il Genna in versione paggio, appare chiaro l’angoscioso disorientamento che affligge gli intellettuali di certa Sinistra Fake.

Abituati ad intestarsi battaglie con apodittiche argomentazioni e collaudate metodologie squadristiche, per la prima volta, dopo aver vissuto al calduccio degli “anni di merda” (Altan), si ritrovano a fare i conti, come tutti, con un disorientamento che li getta nel panico.

I paradigmi che li opponevano, spesso da servili stipendiati, a chi gli dava da mangiare durante la parabola berlusconiana, si rivelano chincaglieria arrugginita ed inservibile. Al comprensibile disadattamento d’artista che già li attanagliava si aggiunge ora l’enigma di una mutazione antropologica ad altissima conflittualità.

Una realtà liquida, sfuggente, trafitta di pulsioni e contraddizioni, cresciuta a dismisura intorno alle vetuste griglie interpretative con cui finora si erano illusi di ingabbiarla mentre era lei a ingabbiare loro, disfacendo quelle griglie insieme ai dogmi spalmati sui post come la marmellata sul pancarrè.

Finché il settimo giorno il burro dello sponsor di turno – quello che, tra gli alti e i bassi di esibizioni muscolari e alleanze e pranzi e cene e camarille fatti passare per manifestini artistici, gli garantiva il caffelatte sul pavimento del sempiterno ultimo tango parigino – terminò. E gli dei si ritrovarono in un altro mondo. 

Una realtà afasica, linguisticamente militarizzata, al cui avvento hanno contribuito con l’ignavia di chi, non baciato dal miracolo dell’arte tanto sbandierata, non riconosce la meraviglia nell’orrore che ossessivamente si ostina a dipingere al solo scopo di guadagnare i riflettori all’ottusità espressiva ombelicale che propugna.

La realtà, questa realtà. Non sanno leggerla. Non hanno gli strumenti. Non la osservano. Non la studiano. Si limitano a imitare, sempre in ritardo, in pose belluine, la strategia militare di quel Capitale che da sempre dicono di combattere, purché la lotta non interferisca con le transazioni nel loro conto corrente.

Si dichiarano pronti a salire sui barconi che trasportano gli immigrati ma non battono ciglio quando Confindustria, Berlusconi e Renzi marciano uniti e, in nome della competitività, assicurano la discesa perpetua dei salari.

Magliette rosse che sfilano in massa nelle oscene, maoiste, rassicuranti marce sulle timeline dei social – mettiti comodo, agit-prop, oggi la rivoluzione la si fa con cracca disinvoltura dal tuo bagno, dal tuo living – e che si volatilizzano quando il potere, quello vero, traffica, censura, schiaccia, esclude, oscura.

Ma è nel “dopo di me, niente”, nell’intrinseco cupio dissolvi che vede nell’insofferenza di chi non li asseconda solo fascisti, intolleranti e sovranisti nascosti ad ogni angolo – sugli autobus, negli autogrill, a scuola, sui pianerottoli… – che si celebra la loro decadenza e il deterioramento di un pensiero alternativo.

Finché non ricomincerà a specchiarsi nell’umanità che incontra, con cui parla, finché non si compenetrerà col suo disagio, osservandone le radici, invece di mostrificarla, questa sinistra commetterà lo stesso tragico errore di sempre: aprire la strada all’autoritarismo di chi pretende e dice di voler combattere.

Lo stesso ceppo, la stessa logica megalomane e assassina del terrorismo Anni Settanta. Solo che stavolta l’intemperanza dialogica e linguistica, il rantolo e l’incontinenza irrazionale con cui la sinistra, in cerca di agibilità politica, fa da sponda alla destra, mostra la verità da cui il fischio dei proiettili distraeva.

È la fine di un mondo e del suo inganno.

Anche per questo, riprendendo con pazienza e senza partiti presi o pregiudizi a confrontarmi con il caos e il suo quotidiano assedio, accetto l’ignominioso, isterico giudizio di Genna come un’onorificenza. Non a caso è profferito da chi firmava appelli per un terrorista (Cesare Battisti) che non ha mai scontato la sua pena.

 

 

 

 

 

 

 


About Giampaolo Spinato

(Milano, 1960) ha pubblicato Pony Express (Einaudi, 1995), Il cuore rovesciato (Mondadori, Premio Selezione Campiello 1999), Di qua e di là dal cielo (Mondadori, 2001), Amici e nemici (Fazi, 2004), La vita nuova (Baldini Castoldi Dalai, 2008). Scrittore, giornalista freelance e docente universitario, scrive per il teatro e ha fondato Bartleby – Pratiche della Scrittura e della Lettura.

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