IL «GIOVANE FAVOLOSO»? È SOLO UN TEEN-AGER TARDIVO

IL «GIOVANE FAVOLOSO»? È SOLO UN TEEN-AGER TARDIVO

IL «GIOVANE FAVOLOSO»? È SOLO UN TEEN-AGER TARDIVO

 

di Giampaolo Spinato

Per mille giorni, sull’onda entusiastica e glamour, ma anche piuttosto demenziale della Rottamazione, la stragrande maggioranza dei media si è indaffarata a celebrare le parole d’ordine di quello che, con sintesi lugimirante, Ferruccio De Bortoli, l’ex-direttore del Corriere della Sera, non ascrivibile alla consorteria degli estremisti, ha ribattezzato il “Giovane Caudillo”.

A smascherare l’arrogante messinscena del reality con cui il Giovane Favoloso e gli adepti della sua trappa gigliataMaria Elena «Etruria» Boschi e Luca «Ho Detto Qualche Cosa?» Lotti in primis – cercavano di ipnotizzare gli italiani ci hanno pensato gli scandali bancari, i morsi di una crisi tutt’altro che risolta, i dati spaventosi sull’occupazione, il fallimento del Jobs Act, Matteo Renzi 2012 (Author Maryb60)la campagna elettorale permanente, i danni collaterali derivati da un’ininterrotta serie di inciampi giudiziari, etc.

Uno tsunami.

Fino al fatidico 4 dicembre. Quando la banda che eseguiva allegramente quella marcia trionfale ha cominciato steccare e nello spartito in chiave di sviolinata estenuante è comparso qualche barrito funebre.

A referendum ancora caldo, come pugili suonati, alcuni fra i più prudenti, per opportunismo, per calcolo, o forse solo perché non sapevano come raccappezzarsi, hanno pensato bene di mettere la sordina agli sperticati elogi precedenti.

Molte delle firme più prestigiose del nostro giornalismo stampato e televisivo, che fino al giorno prima sgomitavano per intonare il mantra-ashtag #ItaliaCambia, sembravano infatti improvvisamente e provvisoriamente rinsaviti.

Prima di scagliarsi in massa, astiosi e assetati di sangue, su Virginia Raggi, in una disperata riedizione de noartri della caccia all’untore – che, per tutti, è diventato ormai l’unico collante per ambire al titolo di migliore – hanno scoperto infatti di avere consumato fino all’alienazione lo storytelling sulla nuova èra, arrivando a confonderlo con negligente ignoranza con la narrativa, come se Renzi e il nuovo corso promesso, tutta playstation, fritture di pesce e boyscout, potessero sostituirsi all’Eneide o a un’Iliade, in un improbabile rilancio 2.0 della grande letteratura epica.

Tutto questo mentre nella vita reale le persone, anche quelle niente affatto interessate all’uso improprio delle parole che trasmigrano, come le genti, da un Paese all’altro così come da una lingua all’altra, andavano comprendendo da sé di essere state menate per il naso da uno StorySelling fetente, altro che Italian New Epic.

Nel giro di una notte (quella delle commoventi dimissioni dello Scout assurto alla Presidenza del Consiglio), tutti coloro che, occupando già da molto tempo posizioni di prestigio, avevano cantato l’eroica cavalcata dei cloni leopoldini, hanno dovuto rendersi conto che le storie che si raccontano chiedono il conto. E che quella che avevano cantato fino a quel momento era la cavalcata di un baldanzoso e famelico gruppo di teen-ager tardivi, forse con qualche know-how, come amano dire, un paio di master da mettere in quel burocratico curriculum vitae formato europeo sconsigliato ormai persino dai recruiter, fondi in quantità (di origini non del tutto trasparenti), ma nessun progetto, se non, come s’è visto, l’occupazione sistematica del potere.

Si trattava, insomma, dell’allegra, whatsappante nouvelle vague composta dai capostipiti di quella Generazione Erasmus, come andavano definendosi loro stessi con conformismo da caserma, che dall’apericena al devasto, fino al vitto, all’alloggio e perfino al coito gratuito ed assistito (da mamma e papà) non ha mai lavorato.

Ma, poveri, solo in parte è colpa loro. E, infatti, viene da dire: è scavando nella vita dei padri che si conoscono i figli, e viceversa. Bastava un po’ di buonsenso. E, invece, c’è voluto qualche fascicolo di pubblico ministero per ricordarcelo.

Perché, di cosa stiamo parlando? Di uno che urla “esci dal blog” per poi entrarci dentro. Che giura “se perdo vado a casa” e poi dice “scherzavo”. Che guarda ai risultati del referendum e si intesta il 40% perdente (errore gravissimo). Che va in televisione e si vanta che un suo compagno di scuola diventi l’erede di Strehler e Ronconi (e alla richiesta se questa “conoscenza” abbia avuto influenza sulla nomina nessuno dei diretti interessati ha mai risposto pronunciandosi con chiarezza). Che è così affezionato alla fatidica percentuale da farne uno slogan proprio nei giorni in cui si registra, sì, il 40,1%, ma di disoccupazione giovanile.

Matteo Renzi. Una cima, sì. Di rapa. Condimento per primi piatti da Eataly.

Se è vero che, per anagrafe, il vecchio Giovane Favoloso è (ancora) esente dai problemi di prostata e dagli effetti collaterali dei farmaci per curarli, non va trascurato che il leader è (quasi) sempre uno psicopatico. Toccherà agli italiani decidere se quello di un teen-ager tardivo è ancora il giusto profilo per continuare a mentirsi.


About Giampaolo Spinato

(Milano, 1960) ha pubblicato Pony Express (Einaudi, 1995), Il cuore rovesciato (Mondadori, Premio Selezione Campiello 1999), Di qua e di là dal cielo (Mondadori, 2001), Amici e nemici (Fazi, 2004), La vita nuova (Baldini Castoldi Dalai, 2008). Scrittore, giornalista freelance e docente universitario, scrive per il teatro e ha fondato Bartleby – Pratiche della Scrittura e della Lettura.

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