Il cuore rovesciato

Il cuore rovesciato

Il cuore rovesciato Il cuore rovesciato: romanzoGiampaolo Spinato; Mondadori 1999WorldCatLibraryThingGoogle BooksBookFinder 


“Uno sguardo che allucina, disossa, scarnifica…”
Enzo Di MauroD

_____________________________

– Ma si può sapere poi cos’è ‘sto Regno?
– Il Regno è un posto dove puoi cambiare e
diventare un altro, dove puoi rifare tutto
quello che è successo… è un posto che
tutti lo vorrebbero ma solo io ho le chiavi
per entrarci dentro.
– Ma se sei un bambino…
– Appunto, solo noi possiamo rifare il mondo.
_____________________________

Notte di Natale

Il coniglio nudo

Il coniglio nudo passava la notte di Natale nell’aceto. Era annegato fino al punto che non si poteva più resuscitarlo, anche se sarebbe stato bello.
Il bambino contento ci pensava ancora, mandava giù saliva e pensava anche che a furia di pensarci domani gli sarebbe passata la voglia di mangiarlo, che aveva altro da pensare e, nudo o vestito, era meglio smettere del tutto di pensarci, almeno per ora.
Era successo poco prima, in casa, mentre si preparava per uscire. Per non andare a farla nella turca giù in cortile aveva pisciato nel catino. Ma quando era andato per rovesciarla dentro il lavandino l’aveva visto. Così rosato, con le braccine e tutto, assomigliava a un bambino appena nato. Sua madre l’aveva messo a bagno per la festa in acqua e aceto. In quel momento era
da solo lì in cucina, i suoi erano in camera da letto, e c’era anche sua sorella, là con loro,nel lettino.
Aveva spinto la pipì così com’era, calda fumante, sotto il lavandino e era rimasto lì a guardarlo, col mento sullo smalto, un braccio steso per toccarlo, i nervi tesi, a pelo d’acqua, con un dito, anche i dentini, che consistenza aveva, come reagiva, magari poteva rigirarlo.
Poi aveva sentito le campane, preoccupato, e si era vestito. Voleva fare in tempo a scendere nel sotterraneo insieme ai grandi per vedere quando si mettevano a suonare, magari gli lasciavano tirare la più piccola, almeno un giro. Chissà com’era, si chiedeva, mentre scampanavano solenni e s’immaginava le corde che salivano, scendevano e si arrotolavano per terra, che se magari uno non se ne accorgeva la corda-biscia lo poteva anche tirar su per la caviglia e fargli sbattere la testa su una trave della torre campanaria. Meglio non pensarci, si diceva, prima che si avvera. Ma chissà com’era una messa di Natale, cosa ci facevano di notte invece che di giorno in chiesa.
Per lui, sei anni, era la prima volta. Ma invece di vederla dalle panche doveva stare sull’altare, era di turno lui stasera, però era strano andare in chiesa con il buio e poi a quest’ora. E siccome continuavano a suonare si era affacciato per vedere il campanile, il suo profilo con le luci accese, e aveva cominciato a urlare:
Pà, mà, nevica!
Ssst, non gridare che tua sorella dorme…
Nevica! Io vado!, ripeteva, con un piede già sul terrazzino. Fissava i fiocchi, erano fitti, nascondevano anche i tetti: Mà, nevica, vaa-doo…
Non urlare ti ho detto, sentiva che diceva, sussurrava.
Ma da dove parli, mà, guarda che ti vedo dietro il vetro. E si appoggiò alla porta che separava la cucina dalla camera da letto per parlare anche lui piano attraverso la fessura: Muà, tui vuedo…
Copriti bene…
Suì, mua cuome puarli duentruo luo spuiragliuo…
Hai capito cosa che ti ho detto?!
Adduio, muamma, io uado uia per suempre…
Muccala con quel vocione, sei capace di parlare un po’ più piano?
No! Io vado!
Prendi su la sciarpa e il cappellino!
Ce li ho!, gridò, sgattaiolando dalla porta.
E i guanti, si raccomandava lei ancora, tirati su i guanti!
Ma lui stava già scendendo tutto emozionato per le scale, senza pensare al buio e al freddo, con il cappotto e il cappello rosso, aggrappato alla ringhiera per saltare più gradini che poteva.
In fondo alla seconda rampa si era appiattito contro il muro per spiare il cane del vicino che abitava in una cuccia proprio sotto il terrazzino. Era talmente abituato ai suoi abbaiamenti assatanati che gli pareva strano non sentirlo. Ma con tutta quella neve, forse stava già dormendo. Infatti si vedeva solo il naso nero e le nuvole di fiato che uscivano dal buco. Più quel brillio. Era la catena che strusciava sul terreno e lo teneva al fico.

Via libera, stavolta era legato.
Così era corso in mezzo al cortile con le braccia spalancate e la testa indietro ad aspettare il fiocco lontanissimo, oltre il mondo, oltre l’universo. L’aveva scelto, tra i milioni, nella curva immobile di punti bianchi, e lo fissava che sbandava, accelerava, grasso, enorme, l’unico davvero così grande. Emozionato da un terrore inventato, era scivolato giù in ginocchio e aveva creduto ormai di averlo perso, ma il fiocco, chissà poi da dove, era caduto, piatto, sulla punta della lingua, l’aveva ricevuto. Coi pugni chiusi dentro i guanti sollevati in alto e le campane ancora a tutto spiano si era rialzato. E mentre era lì, al centro, aveva controllato uno per uno i tetti delle case intorno. In particolare quello di fianco alla cascina, che poi era il tetto della pasticceria. Aveva tre camini nuovi ed era così alto che nascondeva il sole fino a mezzogiorno.
Li aveva guardati bene perché non erano camini come tutti gli altri, erano più larghi, di lamiera, appena messi, con i coperchi a punta, enormi. Però, possibile, stanotte erano immobili. Neanche un cigolio o un filo di fumo. Non si erano ancora visti gli abitanti che usavano i coperchi come cappellini da cinesi. Ma questo forse era già un bene. Voleva dire che dormivano o erano andati a farsi un giro per i tetti, spargendo tutt’intorno il solito odore di pasticcini appena cotti, che poi era la prova vera che esistevano, li aveva visti, lui, quei mostri, quando salivano dai tre camini e spiavano i dintorni dai bocchettoni larghi. Si mimetizzavano col fumo e aspettavano il momento buono per uscire, quando nessuno li poteva disturbare.
Lo diceva sempre anche a sua sorella quando rimanevano a fissarli, verso sera, aggrappati alla ringhiera. Anche lei una volta o l’altra li avrebbe visti, i mostri. E siccome lei piangeva e gli toccava consolarla, le diceva di non aver paura, c’era lui a difenderla, non ci pensava?
Lui lo sapeva che questa storia era inventata ma gli piaceva credere che fosse vera. Tanto che l’aveva raccontata anche in cortile e agli altri bambini era piaciuta. Solo una volta uno più grande che si dava un sacco di arie aveva detto che non ci credeva. E lui davanti a tutti aveva risposto: Perché c’hai paura. Da allora più nessuno aveva osato protestare. Anzi, proprio quello lì, tra tutti, si era dato un gran da fare quando tornavano a inventarci sopra.
Così era successo che pian piano nelle loro costruzioni, dai camini, gli esseri invisibili avevano invaso i tetti nascondendosi sotto le tegole, nei fili delle antenne, dentro le grondaie, i tubi, i buchi. E a partire dai tre coperchi larghi come cappellini da cinesi si erano disseminati nei collegamenti tra i punti alti sopra i tetti e quelli bassi che ogni tanto andavano a esplorare coi bastoni, nelle fessure delle fogne e dei tombini, persino nelle crepe sopra i sassi e sui terreni.
L’unica che ancora aveva da ridire era sua madre. Mai una volta che gli credesse quando parlavano tra loro sottovoce affacciati alla ringhiera e lui le raccontava degli esseri nascosti nei camini, dei baffi lunghi, gli occhi strani, di come si allungavano e accorciavano come fili neri sottilissimi. Erano invisibili, si sparpagliavano sui tetti, si moltiplicavano e sfrangiavano salendo verso l’alto, fitti. Partivano da tutto quello che capitava di incontrare sotto gli occhi, anche dagli uomini, dalla punta dei capelli. Bastava concentrarsi per vederli, dai vestiti, e se si guardava bene la pelle da vicino, anche dai pori.
Siccome lei, quando glielo raccontava, sospirava – Si può sapere cosa dici?, eh?, diceva, come ti vengono certe idee, come che te le inventi? – lui per convincerla insisteva:
Non ci credi? Sarà che tu non li puoi vedere, io invece sì. E puntava il dito verso i tre camini: Guardali bene, mà, fissali…
Ma cosa?
Dentro le fessure, sotto i coperchi…
Ma dai…
Almeno annusa, senti l’odore, sono nell’aria, non li senti?
Io sento solo odore di pasticcini.
Eh.
Ma dentro lì fanno la crema per i dolci, i cannoncini…
Ma come fai a non crederci, mà?
Perché non è vero.
Quello che dici tu è sempre vero, invece quello che dico io, no, diceva, e poi taceva, offeso, senza più guardarla.
Be’, cos’è, non parli più?
Lui, in silenzio, fissava giù in cortile la signora Rosa che a quell’ora della sera rincorreva le galline: Sciò, sciò, ü-valà !, sentiva che
diceva intanto che scrollava il grembiule da cucina.
Allora? Cos’è, ti sei incantato?
Stava lì, infilava e sfilava le ginocchia tra le sbarre e fissava il vuoto al di là della ringhiera, con la frase magica che gli ronzava nella testa: Sciò, sciò, ü-valà !, e il cane sotto che abbaiava.
Gli piaceva ascoltare quella cantilena, inseguire i fili con la mente, tentando di capire dove terminavano, da dove cominciavano. S’alzavano intrecciavano a milioni, una matassa luccicante di brillii sgranati. Scendevano e salivano, mossi dall’aria, tra le nuvole, oltre più oltre, verso un punto così lontano che bisognava stringere forte gli occhi e concentrarsi bene per riuscire a intravederlo, perché ogni volta che pensavi di raggiungerlo si spostava più lontano.
Finché una sera che erano appoggiati insieme alla ringhiera le aveva chiesto a bruciapelo: Mà, che cosa c’è dopo il cielo?
Come cosa c’è?
Eh. Cosa c’è dietro il mondo e il cielo?
Le stelle.
No, le stelle sono dentro il cielo… cosa c’è dopo, dico…
L’universo.
E dopo ancora?
Come dopo ancora?
Eh, il cielo è dentro l’universo, no, e l’universo dentro che cos’è?
Non lo so. L’universo è grande, l’ha creato Dio.
Dio è più grande dell’universo?
In un certo senso sì…
E c’ha dentro noi che siamo qui, la terra, il cielo con tutte le altre stelle e l’universo per intero?
Ma perché mi fai ‘sta domanda?
Tanto non mi credi, perciò non te lo dico.
Si era ammutolito, ma stavolta rideva sotto i baffi, si capiva che covava un suo segreto.
Allora?
Prima dimmi se ci credi…
A cosa?
Ai mostri nei camini…, guardandola, provocatorio, e ai fili che ti ho detto, e…, mentre si ritraeva tutto con le braccia al petto, ridacchiando, perché non lo toccasse: Tanto Dio non è più grande di tutto l’universo per intero, tu lo sai, non può mica essere più grande di tutto quello che ha creato messo insieme, lui sta in chiesa, dentro il tabernacolo, perciò è dentro il mondo che è dentro l’universo che è dentro…, cercava la parola, concitato, con gli occhi quasi chiusi, il mento avanti, la testa che vibrava sopra il collo: è dentro il Braun!, gridò.
Ti faccio vedere io, Braun, fila in casa.

IL CUORE ROVESCIATOCopertina "Il cuore rovesciato"
di Giampaolo Spinato
MONDADORI, MILANO, 1999, Sis (Scrittori italiani e Stranieri)

© 1999 – 2015, Admin. All rights reserved.

One thought on “Il cuore rovesciato