Desiderio di dissolvimento

Prima o poi la scienza ce ne svelerà meccaniche e meandri, possiamo esserne certi. Ma quello che sofisticatissimi strumenti proveranno quando arriverà quel giorno è esattamente quello che ora, adesso, abbiamo sotto il naso. Si tratta di un fenomeno sottile che uno snobismo atavico ci induce a sottovalutare, prendendo per il culo chi osa dire quanto segue: la televisione è un mezzo assai potente, capace non tanto o non solo di determinare, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, il sentimento (si noti il singolare) di un’intero popolo, una nazione, ma di procurare una visibile lesione del corpo animico, vitale che di solito distingue un essere vivente da qualsiasi minerale. Lasciando le polemiche stantie tra apocalittici e integrati a chi piace discettare nei tempi e i modi scelti dai giornali coi titoli intriganti delle pagine che chiamiamo ancora culturali, non si tratta qui di strapparsi gli abiti o i capelli per ridicole questioni pertinenti guerre sante fra presunte forze (equivalenti) angeliche o diaboliche, quanto di afferrare, nello sfrigolio inodore e silente con cui si propagano, via cavo o etere è del tutto indifferente, elettroni, atomi e molecole, un processo prettamente animico, di più, spirituale, destinato a incidere irrimediabilmente prima di tutto sull’origine del fiato, il manto indivisibile che contiene nel contempo il corpo fisico e quello eterico che costituisce l’essere vivente. Al quale non può essere del tutto indifferente – al suo equilibrio, alla sostanza che lo rende unico e davvero originale – l’esposizione a un processo che ne riproduce in quantità potenzialmente illimitate le proiezioni fantasmatiche. Per quanto possa parere, è comprensibile, azzardato, specialmente a chi, per noia, giustificabile pigrizia, forse anche terrore mascherato di buonsenso ottuso, quando non si tratti di pura malafede o di arroganza, c’è la possibilità concreta di verificare le sottili manifestazioni di questo progressivo e ineluttabile sfiatare della vita dai corpi fisici sovraesposti a questi “raggi fotografici”. Si osservino, per dirla con linguaggio parodistico, ad esempio, come si trasformino quelli che chiamiamo attori quando, pur con tutte le giustificazioni (cioè i soldi) personali, scelgono di offrire le loro vocazioni, e in qualche caso anche i talenti, ai regimi produttivi tipici di quelli che ai primordi si chiamavano più affettuosamente sceneggiati. Lì dove i corpi, tesi e attesi da trasfigurazioni un tempo – tempi meno disincantati, tempi quanto meno “contrattualmente” paritari tra recitanti e spettatori – più partecipabili, sembrano sottratti, direi quasi espropriati di qualità specifiche e speciali (quali espressioni, coloriti di incarnati, affiorare di emozioni nella trasposizione mimico-nervosa e dei muscoli e di fibre, movimenti sia irriflessi che del tutto volontari, costruiti, reinventati), per tradursi in pallidissimi ectoplasmi, disincarnati, inespressivi, inceronati o glicerinati, secondo la necessità di pianti o di sorrisi. Con eclatanti risultati. Visibilissimi a uno sguardo esercitato, che non si accontenti di fermarsi al rivestimento-patina degli equalizzatori o dei cromatismi fotograficamente governati. Dietro – ma spessisimo anche davanti – ai corpi fisici qui agiti (non agenti) dalle parti, i ruoli che solitamente si vorrebbero recitati non, viceversa, recitanti i corpi che ne assumono sembianze e sentimenti, scopi, azioni precostituite, davanti, si diceva, e dentro, e tutt’intorno ai corpi fisici, inseparabili all’origine dai fiati appunto animici che li caratterizzano come vitali, si manifestano, nelle geometrie spente delle iridi, nei battiti di ciglia controllati, nella pellicola traslucida che ne impallidisce i visi, stirandone anche i muscoli, una cesura, una prefigurazione minerale, la compresenza fisica, nella totale assenza di investimento antico di energie e di arte, della loro stessa morte. Di tale, forse inquietante, forse irritante, metamorfosi ci si dovrà probabilmente (pre)occupare, più che di beghe da cortile sterili e stantie che pretendano di stabilire il bene e il male. Questa visione, questa dimensione, la sua considerazione e anche la verifica sperimentale di questo modo di essere e vedere, può probabilmente generare quelle analisi (e le scelte) che, esaurito il fisiologico e pluridecennale incantamento procuratoci prima dall’invenzione e poi dall’eccitazione catatonica del mezzo, possono invertire il corso delle cose, permettendoci di usare, non di essere usati dagli strumenti, tutte le tecnologie, i giochi e i passatempi che potrebbero anche avere destini meno “sanremesi”, se solo non ci si ostinasse – per un’atavico desiderio di dissolvimento, d’estinzione? – a delegarne hardware e software al marketing.

E R A » la dea « – #9

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