Amici e nemici negli anni di piombo

05.02.04
Il Mattino
Amici e nemici negli anni di piombo – Maria Vittoria Vittori

Il romanzo di Spinato ambientato ai tempi del sequestro Moro

E’ appena uscito un romanzo di notevole intensità che parte da lontano, Amici e nemici di Giampaolo Spinato (Fazi, pp. 220, euro 14,50), disseminato di quei piccoli e grandi traumi che hanno segnato la nostra storia individuale e collettiva. Parte da un gruppo di ragazzi nati in un paese lombardo in cui si mescolano dialetti d’ogni parte d’Italia, cresciuti a pane e pallone, a «Carosello» e figurine Panini, educati dai preti e ammorbati dalla diossina. Erano i protagonisti di Il cuore rovesciato (1999) e Di qua e di là dal cielo (2001) e ora li ritroviamo, nell’anno di grazia (e di piombo) 1978, a vent’anni o poco più, divisi tra amici e nemici. Tra chi ha compiuto scelte estreme e politicamente opposte, come Seba, ovvero il comandante brigatista Leto e «l’angelo bastardo», eversore neofascista, tra chi è ciellino come Marco e chi, come Telonius, nutre confuse simpatie rivoluzionarie. In primo piano la grande tragedia del sequestro Moro. «Pensavo da tanto a quel momento nevralgico della storia italiana. Ricordo bene che quando è uscito Il cuore rovesciato – racconta l’autore. Sapevo già come sarebbe iniziato questo romanzo. E’ frutto di una lunga sedimentazione interna».
Una storia politica, ma anche etica e psicologica, imperniata sul sottilissimo confine tra l’amico e il nemico: «Credo di aver scritto una tragedia più che un romanzo, che porta in sé l’esplorazione del mito, lacerazioni non attraversate, uno scontro generazionale rimosso, una sofferenza indicibile. Il teatro per me è all’origine di ogni rappresentazione: vuol dire mettere una serie di polarità in conflitto su un palcoscenico». Gli eventi vengono raccontati da una pluralità di voci: la voce burocratica del Palazzo, maestra nell’ammantare di fredda ipocrisia le più efferate macchinazioni; la voce smarrita e incredibilmente forte del Presidente sequestrato; la voce del Comandante Leto, che da una condizione di prigionia paradossalmente analoga a quella del Presidente, ripercorre l’itinerario che lo ha condotto ad una scelta estrema; la voce dell’«angelo bastardo» che gli rivela, con spietata lucidità, che loro due, in fondo, sono uguali.
Ma è proprio vero che sono uguali? «Io credo di sì. Li rende uguali l’esser precipitati, con tutte le possibili motivazioni ma non giustificazioni, in una condizione che li rende ostaggi di quel male che volevano combattere».
Funge da contrappunto alle voci soliste il coro di Telonius e dei suoi amici, voci di diciottenni che vogliono continuare a sognare, anche in un mondo così livido: «In questi ragazzi ho messo molto dello smarrimento personale e collettivo di quel periodo. Come se avessimo concepito, dentro di noi, la fine della storia. La mia è una generazione che ha subito tutte le trasformazioni epocali: dalla Tv all’informatica e, soprattutto, il passaggio di sponda dei fratelli maggiori. Una generazione piagata dalla droga, dall’Aids, che ha pagato tantissimo ed è stata ammutolita dai tanti rivolgimenti. Se c’è uno spazio residuo di sogno, io credo che si possa trovare in uno sguardo sul mondo che cerca di stare nelle cose. Accettando i conflitti, provando a cogliere le potenzialità trasformative della rabbia».

[vaq]

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