SALSAMENTERIA DEL  MONDO AFASICO

SALSAMENTERIA DEL  MONDO AFASICO

Da dove viene (e dove va) la Mediocrazia
e di altre collaterali Bagatelle (II)

SALSAMENTERIA DEL  MONDO AFASICO

Ancillare irrilevanza del contenuto e sua vendicazione. Come stanare i membri giurati dell’ideologia del consenso e infiacchire fino all’annichilimento la loro comunicazione muscolare.

di Giampaolo Spinato

Il linguaggio di guerra che riduce la comunicazione a un processo disturbato di perpetua eccitazione e sedazione non si limita a storpiare le consuetudini comunicative degli individui ma consolida la Mediocrazia.

Una delle conseguenze meno appariscenti ma letali della prevalenza della logica militare nella comunicazione, infatti, è la ridicolizzazione delle griglie interpretative proposte per decenni dagli studiosi di Semiotica.

Nell’agguerrito esproprio concettuale perpetrato dai guru del marketing – che da decadi raschiano il fondo del barile saccheggiando i procedimenti “narrativi” – si è imposta l’ignorante equivalenza tra comunicare e vendere.

A questa sciagurata sovrapposizione si abbevera l’equivoca, conformistica (e sottovalutata) salsamenteria del mondo afasico, ovvero quella specie di semiologia di massa in cui il significato è sostituito dal prodotto e la storia dalla propaganda.

In pratica, il contenuto, che nei sogni (forse) ingenui e (certo) ottimistici di un’intera generazione di studiosi trovava ordinata residenza nelle loro griglie cervellotiche e meccanicistiche, è spinto verso un’ancillare irrilevanza.

Ci avevano messo quasi un secolo per sistemare le cose ed ecco che tutte le teorie su cui, da Umberto Eco in giù, un’intera classe di accademici ha fatto fortuna, fanno acqua da tutte le parti.

L’onnisciente protervia dei modellini semiotici, incapaci di coniugare competenza e affetto, tecnica e sentimento, come stati simultanei immanenti a ogni processo comunicativo, è smascherata.

Col compulsivo prevalere della ricerca di consenso su significati e contenuti ormai ridotti a feed e mangime, la pancia e l’emotività non contemplate da quelle obsolete griglie interpretative, tornano più vendicative di prima.

Non si tratta di una distorsione indotta da chissà quale complotto economico-massonico ma di una vera e propria vendicazione del linguaggio che evade da schemini rassicuranti per riproporre la vitale ambiguità della sua natura.

Il Bosone di Iggs e la particella Xi sono Disneyland al confronto delle simultanee e compresenti dinamiche trasformative che investono la permanente spola fra gli attori (lettore e autore) del gesto comunicativo.

Così, grazie alla contraffazione introdotta dall’imperio del linguaggio di guerra, riscopriamo che il senso non sta nella combinazione grafica di caratteri che compongono una parola e si può dire ti amo per dire ti odio o viceversa.

Ha una certa convenienza non dimenticare la sottostante attività elaborativa che accompagna ogni processo comunicativo e che si può sintetizzare nel vivido flusso di lettura-scrittura (o riscrittura) che comporta.

Questa consapevolezza consente di demistificare l’uso improprio e guerresco della comunicazione che deteriora oggi lo scambio di sensi e significati sia nel pubblico che nel privato.

Tale coscienza libera la facoltà di irridere le parole d’ordine che targettizzano la comunicazione in particolare, fra le sue possibili declinazioni, quella pubblicitaria e quella politica, soprattutto quando immesse nei flussi social.

Permette cioè di osservare l’asmatico deterioramento di certi StorySelling che rincorrono con affanno voti, l’ultima frontiera a cui si sono autocondannate, in mancanza di progettualità, le babygang politiche in circolazione.

Molte di esse, da opposti fronti, hanno abbracciato infatti il diktat mediocratico che annienta qualsivoglia costruzione di confronto, per occupare gli scaffali dell’offerta, come fanno gli editori con i libri, aspirando “a farsi yogurt.

L’alternativa è che, succubi di questo modello afasico, ci rassegniamo nel pubblico come nel privato al fatto che qualsiasi gesto comunicativo – persino quello artistico – sia dettato dal far cassa, staccar biglietti, strappar consensi.

La sottile imposizione di un patto sociale a trazione squisitamente mediocratica introduce un discrimine: aderire all’acritico blaterare indifferenziato, indossando coreografiche magliette gialle a sostegno dello psicopatico di turno.

O co-rompere con scientifica, divertita determinazione l’arroganza di chi, in ogni atto comunicativo, sia esso articolo, post, libro, opera d’arte, continua a esercitare i muscoli invece di insufflarvi vita.

L’unica cosa – la vita, quella vera – che, si diano pace i manipolatori, i guru, i furbetti del “me li lavoro io”, ora e sempre restituisce e restituirà al linguaggio e alla comunicazione il senso che le è proprio.

Che questa impasse si evolva in progettualità, tragedia o burla è compito anche nostro, di chi cioè è nel mirino del macete con cui si fanno largo bulli e cyberbulli dell’ideologia del consenso e della persuasione.

Leggere (saperlo fare) e scrivere (reimparare a farlo) sono le uniche armi il cui traffico sia ancora di valore inestimabile per stanare i membri giurati di queste gang e infiacchire fino all’annichilimento la loro comunicazione muscolare.


About Giampaolo Spinato

(Milano, 1960) ha pubblicato Pony Express (Einaudi, 1995), Il cuore rovesciato (Mondadori, Premio Selezione Campiello 1999), Di qua e di là dal cielo (Mondadori, 2001), Amici e nemici (Fazi, 2004), La vita nuova (Baldini Castoldi Dalai, 2008). Scrittore, giornalista freelance e docente universitario, scrive per il teatro e ha fondato Bartleby – Pratiche della Scrittura e della Lettura.

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