I fichi

di Nicolò Tambone

[Racconto elaborato nel corso del laboratorio KO – il sovvertimento (la Muda)].

“Strano come il rombo degli aerei da caccia, un tempo, stonasse con il ritmo delle piante al sole sui balconi.”

Franco Battiato — Il Re del Mondo

A mio padre, in memoria.

   La città di Catania, sbracata al sole tra l’Etna e il mare, assorta nella normalità quotidiana: ragazze affacciate ai balconi dalle ringhiere panciute, vociare di gente, panni stesi e dalle radio quel motivetto che mi piace tanto.
   Ma quando gli Alleati bombardarono il porto, nessuno riuscì più a vivere come se la guerra non ci fosse. La paura si era infiltrata negli animi, difficile da ignorare. A questo si aggiungevano complicazioni di ordine pratico, i generi di prima necessità divenuti introvabili, il razionamento.

   Melo Lanzafame, il fornaio di via Teatro Greco, era un uomo sulla cinquantina, segaligno, gli occhi piccoli e mobili, come spiritati. Aveva avuto due fratelli più giovani ammazzati in guerra, uno in Grecia, l’altro in Africa Settentrionale. Capitava spesso che una comare tornasse a lamentarsi della scarsa qualità del pane, accusandolo di tagliare la farina con segatura, che era una vergogna, che i picciliddri suoi dovevano pur mangiare. Melo Lanzafame ascoltava in silenzio, senza scomporsi, impassibile. Poi, non appena la ramanzina finiva, strizzava gli occhi come se dovesse guardare lontano e con voce pacata rispondeva: — L’avete applaudito a Mussolini, ah? E adesso che minchia volete?

   Così la vedova Libattiati si decise a sfollare da un parente, nella piana. Aveva due figli, Peppe, il più grande, di dodici anni, e Ciccio, di dieci. I due carusi, abituati a scorrazzare scalzi per le vie lastricate di pietra lavica, ai pomeriggi interi trascorsi sugli scogli a pescare, non volevano saperne di trasferirsi a casa dello zio Turi. La casa dello zio Turi era davvero misera. Zio Turi teneva, in un recinto, una capra e un asino; e puzzava più dei suoi animali.

   In quel posto la vita era monotona, i carusi si annoiavano. Guardavano il mare in lontananza, con rabbia triste. Avevano nostalgia delle nuotate e della salsedine; degli scogli verso Acitrezza. Nella piana bruciata non c’era granché da fare, a parte ciondolare per la campagna o dar la caccia alle lucertole. A volte un ronzìo cupo, crescente, annunciava il passaggio dei Liberator che, dalle basi in Tunisia o in Libia, procedevano a stormi verso nord, altissimi, seguiti da lunghe scie. Gli aerei passavano a gruppi di quattro o cinque, ordinati secondo figure geometriche, come uccelli migratori. In breve il cielo si riempiva di lunghe pennellate bianche, che procedevano nette e sottili verso nord, mentre la parte già disegnata si allargava e disfaceva, sciogliendosi pigramente nell’azzurro.

   Peppe, sdraiato, guardava, tutto preso dalla meraviglia, le mani incrociate sotto la testa, un filo d’erba in bocca. Sentiva nello stomaco l’unisono cupo dei motori, spezzato, di tanto in tanto, dal vento. Gli sembrava impossibile che quei puntini lassù fossero aerei. Che dentro agli aerei ci fossero dei piloti. Americani. Peppe li contava.

   — Madonna. Quanti. Gli Americani! Sono i più forti. Di tutti. Vincono loro. Io, in America, appena posso, ci vado. Voglio andare a Broccolino e farmi ricco. Le femmine americane sono belle. Mi faccio ricco. E tutte le voglio, le femmine di Broccolino.

   — Che ne sai tu di Broccolino? — gli rispondeva zu Turi, con aria sarcastica, il berretto polveroso calato sugli occhi, la sigaretta all’angolo della bocca. — E che ne sai di femmine? Sei solo un caruso. Un caruso sei, nun sapi nenti! E non t’azzardare più a fottermi le sigarette, figghiu di buttana! Hai capito? La prossima volta lo dico a tua madre! —

   A quelle parole Peppe si faceva scuro in volto, sputava per terra e per ore non parlava più.

   La fame li aveva seguiti fin lì, sfollata insieme a loro. Qualcosa in più si mangiava: qualche uovo, una minestra di fave. Mai abbastanza, però. I due carusi avevano imparato a ingannare lo stomaco, riempiendolo d’acqua. Dalla canna della fontana bevevano fino a quando la pancia, tesa, non sciabordava. Era un inganno misero, che durava troppo poco. La fame tornava a mordere con più cattiveria e più rabbia di prima.

   Finalmente arrivò la notizia che tutti aspettavano. Gli Americani erano sbarcati. Che sarebbero arrivati presto, lo capirono il giorno in cui videro lo scecco di zu Turi portare sulla groppa una sorta di tendaggio bianco, enorme, trovato abbandonato in campagna. Un paracadute. Ottima stoffa, leggera e resistente. La madre dei carusi ne ricavò camicie e biancheria. Apparvero in cielo aeroplani nuovi, caccia a due code. Volavano più bassi dei Liberator. Scendevano in picchiata a mitragliare i Tedeschi in fuga. Peppe non li aveva mai visti prima. Erano bellissimi.

   Un pomeriggio i due carusi si avventurarono per una strada di campagna, bianca e polverosa. Il caldo era insopportabile, la luce così accecante che tutto sembrava sbiancare. Nella campagna deserta l’unico suono era il frinire di grilli e cicale nell’erba alta, seccata dall’arsura. Dominava la scena, in lontananza, l’Etna, come un dio possente e neghittoso, indifferente agli umani e alle loro vicende. Per quella strada, avevano sentito dire, erano passati dei reparti Tedeschi in ritirata verso Messina. E c’erano infatti, nella polvere, tracce di grossi pneumatici. Trovarono, sparsi un po’ ovunque, bossoli grandi come bottiglie. Più avanti s’imbatterono nella carcassa di un camion. Uno scheletro di camion, completamente bruciato. Sparsi intorno alla carcassa, rottami e parti di equipaggiamento militare. Munizioni, teli-tenda, taniche ammaccate e bruciacchiate. Si avvicinarono al relitto. Sembrava una di quelle carogne di cane che a volte giacciono ai margini delle strade, brulicanti di insetti, le orbite vuote, le fauci spalancate. Ciò che restava del camion era completamente annerito. Le lamiere, mezzo fuse per la temperatura dell’incendio, lasciavano scorgere il motore, massiccio e inutile. Cavi e tubi tranciati fuoriuscivano da uno squarcio, come intestini di un animale sventrato. Attanagliava l’odore forte della combustione imperfetta di materiali diversi: benzina, gomma, cuoio, legno, olio di macchina. Peppe diede un calcio a un elmetto lì vicino, come fosse un pallone. L’elmetto rotolò nell’erba secca.

   — Peppe, andiamo via. Ho paura dei morti. Ci sono morti, Peppe? — Ciccio aveva paura dei morti, ma in quel posto non c’era nessuno. Nessuno. Né morto, né vivo.

   Era un tratto di campagna aperta, completamente spoglio e brullo, se non per un albero solitario, alla cima di un declivio. Ciccio, che per paura di trovare qualche soldato morto, non si era soffermato intorno al rottame di camion, l’aveva raggiunto per primo. Scoprì che era un fico. Rigoglioso. La chioma, dalle grandi foglie verdi, dava un’ombra fresca e piacevole. Tra le foglie si vedevano i frutti. Fichi neri, maturi e polposi.

   — Peppeee! Corri! Peppe! I fichi! Ci stanno i fichi! — Urlava Ciccio. Peppe era corso.

   Dai rami stracarichi pendevano i frutti. Seduti sui rami, i due carusi mangiavano. I fichi erano sodi e dolci, maturi al punto giusto. La polpa era tiepida. Le foglie davano un piacevole riparo alla furia del sole. Per diverso tempo avevano mangiato in silenzio, divorando i fichi con la buccia, senza nemmeno guardarli. Adesso, smorzata un po’ la fame, procedevano con metodo, selezionando i fichi più belli e rivoltandoli per succhiarne solo la polpa all’interno. Avevano ripreso a parlare: — Ciccio, guarda come ti sei ridotto la camicia! ora la senti mamma, quando torniamo a casa.
   Ciccio non si era preoccupato della camicia macchiata. Continuava a staccare fichi e mangiarli avidamente. Peppe stette a guardarlo per qualche istante. Poi, con una voce un po’ strana, disse: — Ciccio lo sai come son fatte le femmine sotto? L’hai mai visto lo sticchio?
   — No. Non l’ho mai visto. E tu? Rispose il caruso più piccolo.

   Peppe prese un fico tra pollice e indice, premendo fino a spaccarlo in due, ma avendo cura di non spappolarlo e facendo in modo che le due parti rimanessero unite da un lembo di buccia. Lo mostrò al fratellino, tenendolo con le due dita. La frattura scarlatta contrastava con il nero della buccia circostante. C’era in quel gioco una suggestione misteriosa, qualcosa che Ciccio intuiva ma non riusciva ad afferrare del tutto. Con gesti teatrali, Peppe aveva preso a leccare il fico nella fenditura.

   — Sticchio! Sticchio!

   E leccava. Il succo gli colava sul mento. Ciccio masticava, ridendo.

   — E tu, queste cose come fai a saperle?

   Li interruppe un ronzio di calabrone che si avvicinava a tratti e aveva già sovrastato il frinire delle cicale. Peppe lasciò cadere lo sticchio e si alzò in piedi sul ramo per guardare meglio. Era un caccia a due code. Peppe si sbracciava a salutarlo, urlando — Americani! Americani! — Il caccia luccicava nel cielo, come una sardina presa all’amo. Peppe non smetteva di agitarsi. Il caccia prese quota con una manovra a spirale. Poi, con una cabrata improvvisa, puntò il muso verso terra. Verso il fico. Verso di loro. Peppe smise di agitarsi e impallidì di colpo.

   — Scinni! Ciccio! Scendi! Scendi! Ciccio! Scendi! Svelto!
   — E perché? – Rispose il piccolo, che non aveva capito.

   Il fratello lo afferrò per un braccio, saltarono giù dall’albero.

   — Corri! Corri! Urlava Peppe, trascinando il fratello per una mano.

   L’urlo del caccia in picchiata trapanava le orecchie, spaventoso. Anche Ciccio, finalmente, stava correndo. Una spinta lo fece cadere mentre fontane di terra si alzavano dal suolo. Tutto intorno l’aria sibilava frustate; mitragliatrici: frastuono. Sembrò che l’Etna fosse esploso di colpo e una delle sue fauci di zolfo si fosse aperta per inghiottirli. Schiacciati con la faccia nella polvere, i due carusi sentirono la terra tremare. Per un istante il sole venne oscurato da un’ombra. Poi, di nuovo, tutto fu immobile e tornò il frinire delle cicale.

   Il caccia sparì nel cielo. Peppe cercò di alzarsi, ma le gambe gli tremavano e ricadde col sedere nella polvere. Ciccio piangeva tremando. Le lacrime gli rigavano il faccino polveroso. Le ginocchia, sbucciate, sanguinavano.
   Peppe lo abbracciò forte. Per consolarlo, tirò fuori una delle sigarette rubate allo zio Turi, l’accese con uno zolfanello e gliela porse.

Note:
È da una memoria di mio padre che nasce questo racconto. Memoria: tutto ciò che rimane. Dalla memoria, in memoria. L’episodio del mitragliamento è autentico, così come la fame e il trucco di ingannarla bevendo alla fontanella. Autentiche le camicie tagliate nel tessuto di paracadute e i residuati bellici coi quali giocavano i bambini. I nomi di persona, invece, sono inventati. Il testo contiene citazioni da “La zia d’America” di Leonardo Sciascia e da “Kaputt” e “La pelle” di Curzio Malaparte. Nessun altro possibile riferimento è intenzionale. Il caccia è il Lockheed P38 “Lightning”, ovvero “Der Gabelschwanz Teufel”, diavolo a due code, a seconda dei punti di vista.

Soundtrack: Franco Battiato: Il Re del Mondo e Stranizza d’amuri.

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