EROSIONE DELL’AUCTORITAS

EROSIONE DELL’AUCTORITAS

Da dove viene (e dove va) la Mediocrazia
e di altre collaterali Bagatelle (III)

EROSIONE DELL’AUCTORITAS

Arroccati dietro le proprie cattedre o nelle loro rubrichette glamour, in  molti hanno cinicamente collaborato alla mummificazione dei processi di assegnazione del merito

EROSIONE DELL’AUCTORITAS

Mentre il potere deve guerreggiare per prevalere, l’Autorità è un diritto spontaneamente trasferito alle istituzioni e alle persone da chi riconosce loro la capacità e il dovere di esercitarlo

di Giampaolo Spinato

mediocrazia - salsamenteria del mondo afasico (1)

L’alterazione dei contenuti e la loro irrilevanza realizzata con l’equivalenza tra vendere e comunicare è congeniale alla conservazione della Mediocrazia e agli standard comunicativi che gli sono necessari per consolidarsi.

Per adattarsi questo scenario, tentando di arginare la gravissima erosione della propria Auctoritas, le stesse istituzioni si lasciano contagiare dalla grammatica di guerra imposta dal marketing via social.

L’assuefazione a questa semiosi disturbata condiziona ormai i comportamenti di tutti gli attori della relazione comunicativa modellando la loro collusione e impedendogli di vederla.

Questa corruzione, il deterioramento delle relazioni sottostanti l’atto comunicativo è perpetrato col tritacarne user friendly che sostituisce il senso con gli excel, le idee e i progetti con i muscoli e le storie coi prodotti.

Trascurare, sottovalutare e persino sottacere la deriva clinica di questo nuovo asset comunicativo impedisce di coglierne le implicazioni, tra cui spicca il collegamento diretto fra comunicazione adulterata e oscillazioni etiche.

Solo in un mondo in cui il contenuto del messaggio conta meno dell’esibizione muscolare, infatti, risulta tollerabile, anzi, è premiata la disinvoltura di chi dice una cosa e ne fa un’altra o addirittura mente sapendo di mentire.

L’ossessivo branding del «Giovane Favoloso» Matteo Renzi e della BabyGang politica che si trascina dietro, per esempio, è l’emblematica, tombale rappresentazione della succube schizofrenia dell’imperio della vendita.

Constatare la tenuta nei sondaggi di simili prodotti, a fronte di lesioni reputazionali che solo qualche anno fa li avrebbero espulsi con onta dal mercato politico, è magra consolazione.

Nell’apparente livellamento dell’architettura piramidale percepita come vetusta dall’avvento della rete orizzontale, stima, credito, reputazione e autorevolezza non fanno più curriculum.

Possono essere dilapidati con bugie, gaffe e plateali inganni perché stima, merito, credito e autorevolezza non si guadagnano più sul campo, si confezionano ad hoc ripristinandoli, se serve, a colpi di cannone.

Altro scopo non è contemplato nel servile soccorso prestato da molti abili intellettuali che, sguazzando nell’ancillarità insignificante dei contenuti, mescolano le carte in tavola per difendere l’indifendibile.

Prendiamo il caso dell’ex-presidente Consiglio: la sua integrità violata da continui voltafaccia è oggi resettata come un’app dallo psicanalista che rovista in vieti repertori clinici per spennellare il ritratto del nuovo Gramsci.Matteo Renzi: il Linguicidio e il “Farsi Yogurt”

Ad argomentazioni così giurassiche è precluso di intuire per esempio la geniale intuizione dell’allievo che supera il maestro (Berlusconi), smettendo i panni antichi del piazzista per farsi direttamente Yogurt, cioè prodotto.

La penuria di credibilità che incrina le leadership si limita a scuoiare un certo establishment strappandogli dalla faccia il burqa con cui traveste competenze culturali di cartapesta, ma quando si passa alle istituzioni comincia l’agonia.

Dall’economia all’editoria, dall’università al sistema bancario, dalla sanità alla sicurezza via via fino alla complessiva gestione della res publica, gli esempi di erosione dell’Auctoritas che affliggono le istituzioni sono sterminati.

Ministri che confezionano bufale, Governatori che piegano la cronaca al mercato delle vacche e dei consensi, leader di partito che si apparentano al Papa o a Totti: la politica ormai gronda di aberrazioni.

Quale credibilità può mai avere una Madre Costituente mancata ansiosa di far sapere all’universo mondo quanto la emoziona la routine ministeriale? E che dire dei dopocena di questo deputato? O degli agnellini di Boldrini?

Tutto normale, dice. Cadute di stile. Esempi di sciatteria linguistica e comunicativa del tempo dei social. Peccato che la smania di consenso che li detta degradi la funzione istituzionale ricoperta dalle persone che ne sono disturbate.

Accade cioè all’istituzione e a ciò che rappresenta di essere lesa nel suo prestigio e nella sua natura come e molto di più di quanto una gaffe o un inciampo giudiziario non leda ormai l’immagine di chi ha responsabilità pubbliche.

Lo spasmo di visibilità e persino l’eventuale sua necessità per comprensibili motivi di comunicazione non può evitare che, aderendo all’orgia social, l’istituzione ne sia infangata.

È una plastica rappresentazione dell’inesorabile erosione dell’Auctoritas di cui i suddetti esempi di becero di conformismo comunicativo sono solo i sintomi più plateali.

Del tragico logoramento di uno dei collanti fondativi per la collettività il mondo occidentale deve prendere coscienza per correggere la rotta invece di accanirsi in ideologici dibattiti sui populismi, a loro volta demagogici.PERCHÉ IL LEADER È (QUASI) SEMPRE UNO PSICOPATICO

L’Autorità, infatti, in quanto proiezione immaginaria dei principi collaudati, condivisi, a volte persino rassicuranti e utilitaristicamente conservativi, svolge un ruolo decisivo per una comunità.

Ogni volta che nei corsi e ricorsi storici un’ondata protestataria s’increspa a minarne i capisaldi, il nuovo ordine non può accontentarsi della sua rottamazione ma, per essere credibile, deve sostituirla.

Nell’aura di autorevolezza che circonfonde figure, istituzioni, icone e persone si concentrano insieme coscienza ed etica socialmente condivise, insieme alle procedure che permettono il conseguimento di quello status.

L’Auctoritas perciò è nello stesso tempo a monte e a valle di una società e non va scambiata col Potere che, certo, è in grado di condizionare il patto sociale che presiede al suo riconoscimento e, dunque, anche alla sua qualità.

Ma il Potere implica complesse pianificazioni di strategie, alleanze, strutture e abilità atte a raggiungere uno scopo e non può essere scambiato con il principio di Autorità e il ruolo da esso svolto in una società.

Diversamente dal Potere, la cui influenza e il cui prestigio si espandono o contraggono attraverso rapporti di forza a volte sanguinari e progressive quote di sottomissione, l’Auctoritas non nasce necessariamente da imposizione.

L’Autorità del padre, prima di deviare in eventuale sopraffazione, emana dalla relazione e, come quella del maestro con l’allievo o di altre figure di riferimento – prete, leader, medico e quant’altro – sottende un patto condiviso.

Quanto più trasparenti, chiare e ampiamente accessibili sono le regole di quel patto, tanto più l’Auctoritas nelle sue più svariate declinazioni potrà svolgere il proprio ruolo di guida sopravvivendo ai fisiologici aggiornamenti.

È questa Autorità perduta che negli ultimi decenni, ansiosa di difendere privilegi ormai acquisiti, la casta che trasversalmente ormai zavorra questo sistema democratico impallato non si è preoccupata di ristrutturare.

Nei ministeri, negli uffici pubblici, nei cda, nelle università, nelle redazioni, in molti hanno evitato per decenni di riscrivere le clausole del patto che ne legittimava i ruoli.

L’ASTIO DELLA CASTA

Arroccati dietro le proprie cattedre o nelle loro rubrichette glamour, spremendo fino all’ultima goccia prebende o reputazioni giovanili, hanno cinicamente collaborato alla mummificazione dei processi di assegnazione del merito.

Salvo svegliarsi, terrorizzati, astiosi, davanti allo tsunami dello scontento che, quando non smaschera oggettivamente le loro opere, omissioni e, spesso, finzioni, nell’immaginario asfalta il loro prestigio anche quando è fondato.

Senza autocritica e mea culpa, defenestrati da guerre che ridisegnano equilibri di potere e ristrutturazioni aziendali che li spingono al prepensionamento, versano lacrime di coccodrillo, coi portafogli pieni, per aver perso il ruolo.

E, quando ancora lavorativamente attivi, spesso concorrono chiudendo più di un occhio ma divaricando il deretano alla farsesca mistica della meritocrazia  che indice bandi con l’irridente scopo di umiliar talenti in piena trasparenza.

L’Autorità piagata e offesa ormai da tempi immemorabili quasi in ogni campo della nostra vita collettiva dovrebbe nascere dal deposito di legittimazione che un’istituzione o una persona si sono guadagnate nel corso del tempo.

Mentre il potere tout court deve guerreggiare per prevalere, l’Autorità è un diritto spontaneamente trasferito alle istituzioni e alle persone (esperti, specialisti, “maestri”, etc.) da chi riconosce loro la capacità e il dovere di esercitarlo.

Come racconta la recente bagarre sui vaccini e la scomposta contrapposizione ideologica che l’ha accompagnata, l’alta marea che va erodendo sempre più sterminate quote di autorevolezza non risparmia nemmeno la scienza.

E così è per la cultura, la scuola e gli innumerevoli, disseminati campi del sapere e della conoscenza, stretti nella morsa angosciosa e serpeggiante del senso di disorientamento.

Prima di qualsiasi altra riforma, l’Auctoritas, la sua agonia e il patto che struttura sono la vera emergenza. Le procedure con cui è riconosciuta e distribuita. Lasciarla nelle mani di un potere che agisce indisturbato dietro le quinte sarebbe suicida.


About Giampaolo Spinato

(Milano, 1960) ha pubblicato Pony Express (Einaudi, 1995), Il cuore rovesciato (Mondadori, Premio Selezione Campiello 1999), Di qua e di là dal cielo (Mondadori, 2001), Amici e nemici (Fazi, 2004), La vita nuova (Baldini Castoldi Dalai, 2008). Scrittore, giornalista freelance e docente universitario, scrive per il teatro e ha fondato Bartleby – Pratiche della Scrittura e della Lettura.

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