COME NASCONO LE BUFALE (E si fomenta l’odio)

COME NASCONO LE BUFALE (E si fomenta l’odio)

COME NASCONO LE BUFALE (E si fomenta l’odio)

di Giampaolo Spinato

Le boldrinate ignoranti ben rappresentano la cultura del mainstream. Le bufale sono arte sopraffina ma, come al Presidente della camera Boldrini piace apparentarle sciattamente col fenomeno degli haters, che guarda caso sta tanto a cuore a molti dei privilegiati che ne divengono il bersaglio, così a certo giornalismo altrettanto sciatto, quando non addirittura scaltro o in malafede, piace distorcere la realtà.

Avevamo fatto una domanda e, insieme, una denuncia semplice: che bisogno c’era di chiedere alle forze dell’ordine di fare irruzione con i manganelli all’interno di una università, era forse in corso una eclatante azione criminale di massa che giustificasse un intervento repressivo di quella portata?

Avevamo anche segnalato la testimonianza (su Facebook) di una giovane che lamentava il degrado in cui versa a Bologna la biblioteca di Lettere, teatro dell’irruzione degli agenti in assetto antisommossa, ma anche l’intera zona circostante, dalla “storica” Via Zamboni all’annessa piazza Verdi, sostenendo che quel degrado non poteva essere portato a giustificazione della scellerata scelta di invocare quel giorno l’intervento della polizia, essendo casomai una prova della negligenza pluridecennale delle amministrazioni bolognesi, così come il degrado della biblioteca avrebbe richiesto misure e metodi di applicazione che preventivamente scongiurassero l’esplosione del conflitto invece di fomentarlo.

Avevamo dunque osservato con sereno distacco la gravità dei fatti, segnalando al ministro Fedeli e a tutte le figure istituzionali coinvolte di non ciurlare nel manico, come si dice, e tenere la testa sulle spalle perché l’educazione non può essere appaltata ai manganelli. Ma il Corriere della Sera cosa fa? Intervista la giovane “controcorrente” dipingendola come una vittima o un’eroina.

Condannando a priori qualsiasi tipo di minaccia a lei rivolta, va però aggiunto quello che il Corriere, con curiosa deontologia delle priorità, si limita a segnalare come fosse una postilla e che altri, come ilGiornale.it, che ribattono l’intervista, guarda un po’, “dimenticano” di dire. E cioè: 1) che la descrizione del sommo degrado in cui versano i locali della biblioteca nulla ha a che fare con la sciagurata scelta del Rettore Francesco Ubertini, noto anche con l’evocativa definizione di rottamatore della vecchia accademia, di chiedere giovedì 9 febbraio l’intervento delle forze dell’ordine; 2) che quella di Emilia Garuti non è esattamente una voce al di sopra delle parti come si pretenderebbe di farla passare, ma quella di una militante del Partito Democratico dell’ultima ondata renziana, circostanza che per gli equilibri di potere fra le istituzioni coinvolte in questo specifico e grave caso ha un peso decisivo e, se è vero che non è illegittimo, anzi, aderire ad un partito, è curioso che si faccia di tutto per “nasconderlo” o metterlo in secondo piano, riportando un punto di vista politico ma finendo per svilirlo (perché questo è il risultato) con i toni vittimistici della lagnanza da oratorio e con l’effetto (premeditato?) di distorcere i fatti e soffiare sul fuoco. Un metodo di fare giornalismo che, quando non è drammaticamente asservito al confezionamento di una verità di comodo, mostra comunque tutto il suo pressapochismo a dir poco irresponsabile, perché non vogliamo nemmeno prendere in considerazione i rischi, questi, sì, reali, a cui tali scorrettezze espongono le persone. 

P.S.: Leggendo con attenzione il post su Facebook qualche giorno fa, avevo considerato di segnalare all’intervistata di cercare la solidarietà di altri utenti e denunciare formalmente quei fatti, evitando di confondere i piani, perché appariva del tutto ingenuo collegarli giustificando l’irruzione delle forze dell’ordine quel giorno con il degrado denunciato. Qualcosa però mi aveva trattenuto perché non proprio tutto mi sembrava così chiaro. E cioè la possibilità non remota nell’éra della Likeability che si usino i social e certi argomenti anche per richiamare l’attenzione. Peccato “veniale”? Non so. Lo sdoganiamo per il branding del Sé? Come volete. Ma i giornalisti che intervistano sono tenuti a informarsi, informarne e tenerne conto. A meno che, come al solito, a qualcuno non piaccia giocare sporco.


About Giampaolo Spinato

(Milano, 1960) ha pubblicato Pony Express (Einaudi, 1995), Il cuore rovesciato (Mondadori, Premio Selezione Campiello 1999), Di qua e di là dal cielo (Mondadori, 2001), Amici e nemici (Fazi, 2004), La vita nuova (Baldini Castoldi Dalai, 2008). Scrittore, giornalista freelance e docente universitario, scrive per il teatro e ha fondato Bartleby – Pratiche della Scrittura e della Lettura.

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